Storia d’amore e rapimenti: Tutti lo sanno di Asghar Farhadi

Uscito in sala l’8 novembre, il film spagnolo di Asghar Farhadi (1972) riprende il discorso sulla famiglia così caro al regista in una trasferta vicina più alle corde del melodramma, declinato alla spagnola.

La matrice culturale del paese ospitante prende le redini nella storia di Tutti lo sanno: Laura (Penelope Cruz) torna per il matrimonio di sua sorella Ana (Inma Cuesta) nel paese dov’è cresciuta. Da anni infatti abita in Argentina con il marito, Alejandro (Ricardo Darìn), che è un trionfo di grettezza e i suoi due figli.

La maggiore, Irene (Carla Campra), è bella, radiosa, nel fiore degli anni. Ma ritornare sui propri passi per Laura non sarà senza conseguenze: lì ritrova dopo tanto tempo il suo vecchio amore Paco (Javier Bardem) e durante la festa del matrimonio Irene scompare: forse è stata rapita.

Per far esplodere e comprendere i segreti e le bugie dei protagonisti è centrale il dialogo: Farhadi lavora più di scrittura che di forma in questo film, perdendo in labor limae quando si tratta dei toni ma componendo soprattutto dei bei ritratti.

Le personalità contano più della trama, specialmente quando il regista si concede ai topoi del dramma ispanico: a primeggiare su tutti per la bellezza delle sfumature è il personaggio di Paco.

Bardem ottiene da Farhadi una grande possibilità per sfoderare il meglio del suo tonalismo. Le sue espressioni valgono più dei dialoghi stessi. Dietro alle geometrie tra il suo Paco e gli altri personaggi sta non soltanto un conflitto di sentimenti ma anche di roba, di classe e denaro.

La spocchia della famiglia di Laura è un tutt’uno di quella di Alejandro: i soldi contano più degli affetti ma nessuno vuole ammetterlo. Paco, che ha una compagna affezionata e i terreni amorosamente curati, si trova dissanguato e solo nel finale perché troppo ferito al cuore ma anche perché spogliato della sua vigna.

Lui vince moralmente solo per lo spettatore: non può essere ricambiato dalle serpi cui è stato accanto per una vita. Il rapimento di Irene è un MacGuffin efficiente, un ottimo catalizzatore per scatenare il dramma. Lei, assente dalla presenza ossessiva, è come la moglie di Tahar Rahim in Le passé: un fantasma che è anche miccia di una bomba sentimentale.

Antonio Canzoniere

Post simili

Venezia 75 (parte 2 di 2) Dal 29 agosto al 9 settembre si è tenuta la 75esima Mostra del Cinema di Venezia, come l’anno scorso mi sono lanciato nell’esperienza delirante di fil...
Abbiamo ancora bisogno degli autori? Sul cinema rimangono ancora delle nubi di incertezza quando si tratta di verificare se il pubblico ne sia effettivamente stato plasmato e colpito, se ...
Sesso, droga e patriarcato Buio. Musica techno araba ad altissimo volume. Titoli di testa fluo. Poche immagini dopo siamo subito immersi nel film dell’esordiente alla regia Mays...

Rispondi