Il presepe di Riace

A Riace c’è una geografia umana. Sotto le feste non c’era bisogno di fare il presepe, quest’anno meno che mai, perché Riace è già un presepe.

Le parole di Mimmo Lucano risuonano in una sala gremita di gente, venuta per lui e solo per lui. Risuonano quasi a stordire perché lui, preso dalla foga del poter parlare, di potersi spiegare, di poter raccontare, si appiccica al microfono e non lo molla più per un’ora, senza lasciare spazio ad alcuna domanda. Racconta tutto di Riace, chiede di poterlo fare perché vuole ricordarsela, la sua Riace da cui è lontano ormai da quasi due mesi.

Solo due mesi fa infatti, il 2 ottobre di quest’anno, è stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta rifiuti e messo ai domiciliari; due settimane dopo gli vengono revocati i domiciliari, ma gli viene inflitta una pena ancora più dura: il divieto di dimora a Riace. E così dal 16 ottobre Mimmo Lucano gira l’Italia per raccontare la sua città e il suo progetto, che in così poco tempo sono stati distrutti.
Mimì, che a metà della sua lunga chiacchierata si ferma e precisa che si è dimenticato di dire che si chiama Domenico, è una persona semplice. Le sue parole sono dirette e dure, aiutato forse dal forte accento calabrese e dal suo dialetto che ogni tanto si inserisce piacevolmente nel discorso, e agli applausi si imbarazza, non è certo un uomo da palcoscenico. La prima cosa che dice è che tutto ciò che ha fatto negli ultimi vent’anni, da cittadino, da consigliere comunale e poi da sindaco, lo ha fatto semplicemente seguendo una sua naturale predisposizione, sua e che dovrebbe essere di tutti gli esseri umani, quella di essere umani.

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Ma io non odio chi è indifferente, quella è la loro naturale predisposizione, è quello che sentono di dover fare probabilmente. Semplicemente non capisco perché chi vuole rimanere indifferente deve demonizzare chi invece agisce.

Mimmo Lucano, ascoltando appunto la sua natura, ha creato e portato avanti in soli vent’anni un progetto immenso per un piccolo paesino come Riace.

Il modello Riace inizia quando per una pura casualità un’imbarcazione di profughi curdi finisce sulle coste della Marina nel 1998. Pur essendo un semplice cittadino, Lucano si impegna in prima persona nell’accoglienza dei rifugiati.
Dopo vent’anni non solo Mimmo Lucano è ancora lì, questa volta da sindaco per ben tre mandati di seguito dal 2004, ma sono lì il modello e i rifugiati che sono stati accolti – da Riace sono passati migliaia di richiedenti asilo, si stima che siano stati circa 6000 – anzi, erano lì. Perché in soli due mesi le istituzioni, a partire da Matteo Salvini, sono riuscite a distruggere un progetto non solo innovativo e funzionale, ma utile al nostro Paese, un’alternativa sociale e culturale al dominio delle famiglie mafiose, che ora potranno riappropriarsi del loro potere.


Quando la Lega faceva tanto clamore per non avere rifugiati nelle città del nord, io non dicevo mai di no. Una volta mi ritrovai ad ospitare trecento immigrati provenienti da Lampedusa, erano dieci pullman, arrivarono in tre giorni e non sapevo come organizzarmi, eppure sono rimasti tutti qui.

Riace era ormai un paese di emigrazione, come d’altronde gran parte della Calabria e dell’intero Meridione. Erano rimaste poche centinaia di cittadini, perlopiù anziani, e molte case vuote e disabitate. Il modello Riace è iniziato da lì, aprendo quelle case ai rifugiati, contrastando lo spopolamento e recuperando i vecchi mestieri e le attività artigianali, attraverso un vero e proprio nuovo sistema economico.

Da paese di emigrazione si è presto trasformato in paese di immigrazione, riprendendo vita.

I bambini che giocano per le strade, anziane donne calabresi velate di nero mischiate a giovani donne colorate della loro cultura, rifugiati che cercano casa e trovano riparo e più giù il mare, che non deve più far paura: questo è il presepe vivente di Riace, che dura tutto l’anno.

Martina Moscogiuri 

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