“Il lonfo” e la consapevolezza metalinguistica

Resa celebre dall’interpretazione di Gigi Proietti, Il lonfo è una poesia metasemantica di Fosco Maraini, la quale apre la raccolta Gnòsi delle fànfole (Baldini & Castoldi, 1994). Egli, uomo dall’immensa  e poliedrica cultura – etnologo, naturalista, linguista, fotografo, scrittore e poeta – teorizza e utilizza questa particolare tecnica letteraria e ci compone un libro di poemetti in endecasillabi. Questa particolare tecnica consiste nella costruzione di un linguaggio basato sulle medesime regole della lingua di partenza, ma contenente una grossa parte di parole inventate, che somigliano sotto l’aspetto morfologico e sintattico a quelle reali, ma che difettano di un reale significato e l’acquistano soltanto per via onomatopeica o sintattico.

“Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.
È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.”

Leggendo la poesia, ci rendiamo immediatamente conto di come, pur non riuscendo a cogliere il significato di moltissime parole, il nostro cervello riesca, quasi automaticamente, ad interpretare molte di queste, sintetizzando un senso generale e collocare in categorie morfologiche molte di queste parole. Pensiamo per esempio al primo verso: riusciamo immediatamente a capire che le parole “vaterca“, “gluisce” e “barigatta” sono dei verbi riferiti al soggetto che è “il lonfo“. Attraverso queste inferenze onomatopeiche, morfologiche e sintattiche riusciamo dunque a ricostruire il senso di questa poesia: e non è troppo difficile immaginarsi questo “lonfo” come un animaletto dispettoso e furbo, al quale gli “affarferesti un gniffo“, ma poi “t’alloppa” e finisci per accarezzarlo.

Seguendo Malvaldi, che analizza questa poesia in Per ridere aggiungere acqua (Rizzoli, 2018), gran parte della comprensibilità di questa poesia metasemantica deriva dalle particelle funzionali: esse restano invariate e affiancano le numerose parole inventate.

«Il», «non», «né», «e», «ma», «quando», «un», «se». Queste parole sono originali. Sarebbe molto difficile – io credo impossibile – sostituirle con lemmi o particelle inventate ed essere in grado di capirne il contenuto correttamente. Queste parole – preposizioni, congiunzioni, segni di punteggiatura – costituiscono l’anima, la struttura portante della nostra lingua. […] Diceva Henri Poincarè che la matematica non è lo studio degli oggetti, ma delle relazioni tra gli oggetti; al tempo stesso, una lingua è fatta principalmente di relazioni tra oggetti, non da oggetti sbattuti lì a caso. È proprio leggendo queste relazioni che il nostro cervello si accende e, oltre a riconoscere, cotruisce una storia, una sequenza di avvenimenti temporali veri o presunti, vivi o defunti.

Dunque il nostro cervello, utilizzando questa rete di legami, riesce ad andare oltre, come suggerisce l’aggettivo stesso “metasemantico” (in questo caso il prefisso d’origine greca meta- suggerisce l’idea di un superamento, di un andare oltre) il significato delle parole, andando a ricostruire lo stesso attraverso altri elementi.


Ma il prefisso meta- ci porta inevitabilmente in un discorso più ampio: se dovessimo spiegare o comunque riflettere su testo o un’espressione linguistica – come stiamo facendo sulla poesia di Fosco Maraini – andremmo inevitabilmente ad utilizzare una particolare funzione tipica del linguaggio umano, ovvero quella metalinguistica.

L’elemento metalinguistico è una caratteristica comune a tutte le lingue verbali e consiste nella capacità che queste hanno di parlare di se stesse attraverso se stesse, essendo dunque contemporaneamente sia l’oggetto che lo strumento di questo discorso autoreferenziale. Il termine metalinguistico è difatti composto dal prefisso derivante dal greco antico ‘meta-’ (che significa ‘oltre, al di là, tra e con) e che nei composti assume diversi significati, tra cui quello di ‘trascendere se stesso’ o appunto di ‘uscire da se stesso per parlare di sé dal di fuori’.

Il tratto metalinguistico dunque è presente in ogni attività riflessiva consapevole sulla lingua: a partire dalle banali richieste di significato (“Che cosa significa questa parola?”) fino ad espressioni volte ad esplicitare la struttura morfologica della lingua (“Andai è la prima persona singolare del passato remoto indicativo del verbo andare”). La riflessione metalinguistica può essere più o meno esplicita: nel caso essa sia automatica e inconsapevole prende il nome di riflessione epilinguistica, mentre se essa è cosciente e consapevole rientra a pieno titolo nel campo metalinguistico.

Riusciamo dunque a decodificare le fànfole di Fosco Maraini attraverso l’uso della riflessione metalinguistica. Ognuno di noi possiede un certo grado di consapevolezza metalinguistica: questa consapevolezza riguarda i processi metalinguistici e si può definire come una categoria della metacognizione che si riferisce nello specifico al linguaggio e al suo utilizzo; essa comprende in primo luogo le attività di riflessione del soggetto sulla lingua e sul suo utilizzo; in secondo luogo include le capacità del soggetto di controllare e pianificare i processi di controllo e riflessione linguistici. Essa per essere definita tale e diventare una competenza deve possedere tre caratteristiche inalienabili:

  • La capacità di astrarsi dalla lingua ed elevarsi al di sopra di essa per osservarla mentre la si utilizza;
  • La capacità di oggettivare la lingua e renderla “oggetto di pensiero”;
  • La capacità di attivare diversi livelli cognitivi al fine di portare a termine le operazioni di riflessione metalinguistica.

In riferimento all’ultima caratteristica, la consapevolezza metalinguistica può dunque essere considerata a tutti gli effetti una’attività cognitiva multicomponenzionale: essa può ovvero realizzarsi a tutti i livelli dell’analisi linguistica. Essa infatti si può realizzare al livello fonologico (capacità del saper identificare le componenti fonologiche e poi saperle manipolare intenzionalmente), al livello sintattico (saper ragionare consapevolmente sugli aspetti sintattici della lingua ed esercitare un controllo consapevole sull’applicazione di regole grammaticali), al livello semantico (riconoscere sia l’arbitrarietà e la convenzionalità del codice linguistico, sia il saper manipolare parole per operare negoziazioni di senso), al livello pragmatico (saper gestire consapevolmente i rapporti che esistono tra il sistema linguistico e il contesto extralinguistico in cui il parlante è immerso) e infine al livello testuale (il saper garantire coerenza e coesione ai discorsi prodotti attraverso le conoscenze possedute e i meccanismi di controllo).

È dunque la combinazione di queste diverse combinazioni di riflessioni metalinguistiche che ci consente di ricostruire il signfificato del gioiellino metasemantico di Fosco Maraini: egli, giocando con la lingua e con la capacità del lettore di negoziare il significato del testo, costruisce con architettonica sapienza le sue poesie, regalandoci versi la cui lettura risulta divertente e stimolante per ogni lettore.

Danilo Iannelli


Fonti e riferimenti:

  • Il lonfo” interpretato da Gigi Proietti 
  • Per ridere aggiungere acqua – Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio, Marco Malvaldi  Rizzoli, 2018 (di cui avevamo già parlato qui)
  • Gnòsi delle fànfole, Fosco Maraini, Baldini & Castoldi, 1994
  • La consapevolezza metalinguistica come strumento per l’acquisizione delle lingue straniere, Diana Peppoloni, in GLOTTODIDATTICA E METALINGUAGGIO – Guerra Edizioni, Perugia, 2018

 

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