My heartfelt wish is that my story may create some understanding for a people whose will to live in peace and freedom has won so little sympathy from an indifferent world.”  ― Heinrich Harrer, Seven Years in Tibet

Esistono nella storia tanti episodi di occupazione di territori deboli da parte di attori più potenti o influenti. Nessuno di questi episodi, è una storia felice. Ma alcuni riescono ad avere, almeno, un finale felice.

La tragedia di cui scrivo oggi è quella del Tibet, sotto occupazione da parte della Cina. Ed è una di quelle storie il cui finale non sembra felice. L’occupazione del Tibet è una storia conosciuta ma ignorata, e che per questo vede le sue possibilità di ottenere la propria indipendenza diminuire.

Il Tibet vive sotto occupazione straniera da ormai settant’anni. La Cina ha marciato oltre i suoi confini nel 1949 e ha annesso il Paese come provincia autonoma sottoponendo il Paese ad un regime di repressione che Freedom House ha giudicato come uno dei 12 più duri al mondo nel 2016. Un dibattito sull’effettiva indipendenza del Tibet esiste, ma per la maggior parte è poco considerato e fortemente manomesso. Alla Cina. Per la precisione, chiunque vi dica che il Tibet è sempre stato parte integrante della Cina conosce poco la storia o la studia dalle fonti cinesi. Che è come leggere la storia della Polonia dalle fonti naziste.  

Il Tibet è esistito dal 7 secolo D.C. come entità politica autonoma, a parte per brevi periodi nel tredicesimo e diciottesimo secolo, è rimasto tale, primato che pochi Paesi al mondo possono vantare. La Cina ha trattato col Tibet da pari a pari per tanto tempo. Nei periodi in cui la Cina ha esercitato qualche tipo di influenza politica sul Tibet, si parla sempre e solo di protezione militare al Paese e di assistenza nelle questioni internazionali in momenti di instabilità dell’area. E persino in queste fasi, durante il periodo dei Mongoli e sotto la dinastia Ming, la Cina ha richiesto e accolto il Dalai Lama come guida religiosa e spirituale. Di fatto, nel 1911 i rappresentati della dinastia Ming furono cacciati dal Tibet e il Tibet ha potuto continuare ad autogovernarsi come Paese libero sino alla sua caduta definitiva in mano cinese nel 1949.

Dal 1949 al 2018, il Tibet è soggetta ad occupazione cinese. 1 milione di persone sono state uccise durante questi settant’anni, un sesto della sua popolazione totale.

La sua cultura è stata oggetto di devastazioni enormi con migliaia di templi e documenti distrutti (in occidente ancora piangiamo la distruzione della biblioteca di Alessandria e dei suoi scritti per la perdita culturale che questi episodi comportano). Il tibetano è stato sostituito dal cinese come lingua ufficiale. Qualsiasi manifestazione di identità culturale viene punita col carcere, la religione tibetana viene continuamente attaccata attraverso la chiusura e distruzione di siti, controllo degli eventi, denigrazione. Quei luoghi di importanza storica, culturale e religiosa che sono stati risparmiati sono ormai stati trasformati in parchi divertimento per i turisti cinesi che si recano in Tibet per farsi fare servizi fotografici per matrimoni e compleanni.

In Tibet, la popolazione vive sotto costante minaccia, uso della forza, esercizio della tortura. I tibetani sono marginalizzati nella società, discriminati nel mercato del lavoro. Il numero di cinesi presenti in Tibet supera ormai quello dei Tibetani stessi, in seguito ad un’operazione di trasferimento sistematico di cittadini cinesi sul territorio tibetano, operazione che vìola apertamente la Convenzione di Ginevra del 1949.

Molti tibetani vivono in esilio per il mondo. Lo stesso Dalai Lama, capo spirituale e politico del governo tibetano in esilio, vive da rifugiato politico a Dharamsala, in India. Soltanto in questa cittadina himalayana vive una comunità di 10 mila tibetani che convive pacificamente con la popolazione indiana, lavorando per mantenere integra il più possibile la cultura tibetana.

La Cina ha trasformato il Tibet in una miniera a cielo aperto e sfrutta in maniera incontrollata le enormi risorse naturali tibetane, i suoi tantissimi minerali, in particolare oro e rame, senza alcuna attenzione ai costi umanitari e ambientali. Il combustibile fossile viene estratto in maniera massiccia. Le grandi risorse d’acqua vengono esaurite per fornire abbeveramento e potere idro-elettrico alle grandi città cinesi e anche per esercitare potere sui Paesi vicini, ad ovest Pakistan, Nepal e Bhutan e a sud la penisola indonesiana, che dipendono dalla fornitura d’acqua derivante dalle montagne tibetane. Il Tibet è un ecosistema di grande delicatezza che non sopravviverà a un tale intervento umano.

La resistenza tibetana è stata da subito, ed è rimasta sempre, pacifica. I tibetani intendono sconfiggere l’oppressione cinese attraverso la difesa della propria cultura e identità nazionale. E così nascono realtà come quella di Stories of Tibetans, volta a raccogliere e raccontare le storie dei tanti esiliati. Attività di artigianato e manifattura per tenere vive le tradizioni di produzione tibetane. Progetti di ricerca per ricordare e tramandare la storia del Tibet. E a volte, con toni molto più scuri la resistenza si fa cruenta, se pure mai bellicosa. Dal 2009, 153 tibetani si sono dati fuoco ipubblicamente come forma di protesta estrema e definitiva contro l’occupazione cinese.

E come se non bastasse, la Cina ha proibito la ricerca del prossimo Dalai Lama. Il capo del governo tibetano è un capo religioso buddista che viene scelto attraverso un rito particolare che implica la necessità da parte delle autorità religiose tibetane di portare avanti la ricerca del bambino che sappia riconoscere alcuni simboli religiosi tra vari oggetti sacri e falsi, la reincarnazione del Dalai Lama precedente. Indipendentemente da quello che può essere il dibattito sulla democrazia in Tibet, il Dalai Lama rimane ancora oggi il capo autorevole e legittimo del popolo tibetano. La sua assenza potrebbe avere conseguenze significative per la causa del popolo tibetano. E questo, aumenta l’urgenza di pensare seriamente alla questione della liberazione del Tibet.

Tutti questi motivi dovrebbero essere abbastanza per convincere i vari potenti del mondo a muoversi per far sì che la tragedia tibetana venga risolta. Ma si sa che il mondo non è un posto dove il bene vince perché bene. E non è nemmeno giusto basare una causa di liberazione sulle simpatie che un popolo riesce a muovere all’interno dell’opinione pubblica. Il fondamento logico dovrebbe essere sempre quello della legalità e una cosa dovrebbe essere giusta se è legale. Se pur non sempre quello che è legale è giusto. E l’occupazione cinese del Tibet è illegale.

La Cina è oggi uno di quei Paesi che non può essere ignorato. Viviamo in un sistema internazionale multipolare, che trova il suo ordine nell’equilibrio di poteri. Attraverso le giuste leve e alleanze, le circostanze possono essere modificate. Nessun paese può più fare i conti senza la Cina ma anche la Cina non può fare i conti senza gli altri. E questo crea uno spazio di manovra. In Asia, la Cina non è l’unico potere. L’India, paragonabile alla Cina come popolazione, tassi di crescita e profondità culturale, ha dei forti interessi nel limitare il potere cinese. Il Tibet potrebbe diventare un grande stato cuscinetto tra le due potenze, ruolo che oggi è Nepal a ricoprire. Uno stato molto più piccolo e meno strategico del Tibet. E Stati come il Pakistan, il Nepal, il Bhutan diventerebbero meno dipendenti dal vicino cinese. E questo crea gli incentivi. L’India ospita già il governo tibetano in esilio e il governo indiano sotto Modi ha già mostrato segnali di avvicinamento nei confronti del Dalai Lama e in atteggiamento ostile verso la Cina.

Forse questo sarebbe il momento di aprire un dialogo con l’India sulla questione tibetana. Forse questo sarebbe il momento di far valere la legalità per mettere fine alla sofferenza di un’intera popolazione e del suo ecosistema. Forse questo sarebbe il momento di trattare con la Cina non attraverso vuote campagne elettorali che auspicano ritorno ad un passato che non ha portato lontano e che è finito. Ma iniziando a trattare la Cina da pari, capire come funziona un mondo multipolare, e come agire in questo spazio per combattere per ciò che è giusto.

Nel caso in cui qualcuno si senta di voler contribuire alla causa, allego dei siti che si battono in modi diversi per la liberazione del Tibet:

https://www.tibetanstories.org/ (Anche Facebook e Instagram)
https://www.freetibet.org/take-action
https://tibettruth.com/

Francesca Di Biase

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