1000 km in bici in solitaria – episodio 4

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KM 350 – KM 680

 

È venerdì 15 giugno il giorno in cui metto fine alla mia avventura norvegese, avventura che non avrei mai immaginato potesse insegnarmi così tanto in soli sei mesi; la sua fine ne dà un’illustrazione magistrale.

Mi ci sono voluti appena quattro giorni per raggiungere la punta sud della Norvegia, da cui poi ho preso la nave per la Danimarca. Seduto davanti ad un pessimo piatto di hamburger con patatine fritte, servito dalla mensa del traghetto, guardo il continente dove ho trascorso gli ultimi sei mesi allontanarsi  attraverso l’oblò.

Seguendo i cliché tipici di queste situazioni, faccio il bilancio di quello che è stato il mio viaggio sino a questo momento: ho percorso 350 km ed il seguito della mia avventura d’ora in avanti sarà in un altro Paese.


Trovo tutto questo incredibile, quattro giorni prima non avrei pensato di poter eseguire una performance di questo livello. Ma non per questo credo di arrivare a Berlino così facilmente, anzi, la prima tappa nella pianura, la sera precedente, mi ha fatto dubitare delle strade danesi e tedesche. In serata il traghetto attracca a Hirtshals, nel nord della Danimarca.

Sono le 22:00 passate e appena sceso dal traghetto mi ritrovo in piena campagna: campi a perdita d’occhio, intervallati da qualche fattoria. La maggior parte delle macchine e dei camion che hanno viaggiato con me imboccano un’autostrada che porta verso il sud, la direzione che devo prendere anch’io, ma per evitare il flusso cerco una strada parallela più tranquilla.
Ne trovo una e, in quest’ora tarda, non incrocio essere vivente eccetto per una biscia che come me cerca di ricavarsi una via in mezzo ai campi di cereali.

Nonostante questo comitato d’accoglienza dia molto fascino al luogo, devo comunque arrendermi all’evidenza che neanche questa sera troverò alloggi dove poter dormire. Dopo qualche km di pedalata nelle campagne decido semplicemente di stabilirmi nel primo posto sicuro e “cosy” che riuscirò a trovare. Tasto così uno a uno i sentieri in terra che attraversano i campi.

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I soli alberi che trovo in questo paesaggio agricolo sono in prossimità di una fattoria e così, senza voler disturbare nessuno, ad una distanza ragionevole da quello che sembra un giardino comincio a montare il mio modesto accampamento. Purtroppo la mia è un’immigrazione mal vista dal cane del fattore, che ha espresso la sua contrarietà in una lingua incomprensibile.
Dopo di lui è stato il turno del fattore stesso, la quale lingua mi risultava invece più o meno comprensibile.

Alle 23 passate ho dovuto riprendere la mia rotta solitaria per fermarmi di nuovo, qualche km più in là, al margine di un villaggio, in un campo da calcio dalle sembianze di un materasso abbastanza comodo.
D’altronde era troppo tardi sia per ripetere il porta a porta della sera precedente,sia per continuare a cercare due alberi ai quali legare la mia amaca, che avrei steso invece sul campo, dietro la rete. Questo ambiente decisamente poco “cosy”, con la luminosità nottambula, i corvi e i gabbiani e soprattutto il freddo e l’umidità del prato, fanno sì che decida di andarmene alle quattro del mattino, dopo aver dormito pochissimo.
Decido infatti che questo terreno non ha più niente da offrirmi e mi rimetto in marcia.

Sempre diretto verso sud, in poco tempo arrivo in un agglomerato degno di questo nome, dove trovo persino un Mcdonald’s. Dopo la mia notte precaria, questo posto mi servirà per fare la colazione tanto reclamata dal mio stomaco. Inoltre, approfitto del w-ifi per scaricare l’applicazione Couchsurfing sul cellulare, cosciente stavolta del ruolo chiave che può giocare un letto in questo genere di avventure. Vicino a me siedono ragazzi che hanno più o meno la mia età ma origini e destinazioni diverse. Un episodio bizzarro che mi ricorda chi sono quando non sono coinvolto in questo genere di avventure.
Rimonto in sella e parto per una lunga giornata.

 

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Non si può dire che io mi sia davvero rimesso in forze, ma almeno ho mangiato. Imbocco la strada più dritta che abbia mai incontrato, 40 km che portano a Aalborg senza l’ombra di una sola curva, come se, arrivato alla fine, potessi girarmi e vedere il punto da cui ero partito due ore prima. Per fortuna non c’è vento e la strada che ho imboccato non è quasi affatto frequentata, perché a parte per i tipi incontrati al Mcdonald’s e per qualche biscia e lepre, nessuno in questo posto sembra essersi ancora svegliato.
Arrivo a Aalborg nell’ora in cui si fa di solito colazione: mi concedo così una piccola pausa al margine del fiume che attraversa la città, in compagnia di un dolce tipico del posto acquistato in una pasticceria. Fino a qui tutto bene, ma il resto della giornata sarà più complicato.

 

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La stanchezza, soprattutto quella mentale, prende il sopravvento nel resto della mattinata. Infatti l’assenza di una destinazione precisa, unita alla scarsa qualità delle piste ciclabili, contribuiscono ad abbassare il mio rendimento. Così, quando alle 9 riparto da Aalborg ho grandi speranze di arrivare prima di mezzogiorno, ora d’inizio della prima partita della Francia nella coppa del mondo.

Questo doveva restare un obiettivo di una certa importanza tra le mie priorità, ma in realtà si è fissato a tal punto nella mia mente da diventare quasi patetico, arrivando a farmi pedalare ad una velocità di gran lunga superiore alle mie reali capacità. Ero entrato in uno circolo vizioso nel quale la stanchezza mi faceva assumere un comportamento incoerente, fonte a sua volta di stanchezza. Mi sono perso più volte nel tentativo di lottare con l’assurdità variabile del mio stato d’animo.

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Arrivo finalmente nella piccola città costiera di Hadsund intorno alle 13: al centro della cittadina trovo un piccolo pub che trasmette la partita, così mi siedo proprio nel momento in cui inizia il secondo tempo e ordino l’equivalente di 2 menù. Insomma, una giornata ricca di emozioni e calorie. Resto almeno 3 ore in questo piccolo pub, il cui menù conta i piatti più grassi che conosciate. Tuttavia, mentre faccio amicizia con il proprietario, il cielo fa altrettanto con la pioggia, che si trasforma in torrente durante il secondo tempo della partita successiva.
La mia pausa pomeridiana si trasforma in pausa definitiva nel momento in cui il proprietario mi informa a proposito di un ostello non lontano dal suo locale.

In questo albergo ho la fortuna di trovare una stanza tutta per me, e direi anche meritata, perché anche avendo smesso di pedalare alle 13, in realtà ho pedalato per tutte le 11 ore precedenti e ho percorso 120 km. Vado a letto presto per ripartire, l’indomani, alle 9 del mattino ed in piena forma.

To be continued

Tom Forest

Traduzione di Eleonora Valente

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