Mi sembra di notare che ultimamente si chiacchieri troppo di politica.
Tanto nel campo dell’informazione, dove è giusto e sacrosanto che venga riportata qualsivoglia notizia sia necessario notare concernente la nostra classe dirigente, ma che negli ultimi tempi ha sviluppato un’autentica ossessione nei confronti dei più miseri e insignificanti gesti del politicante bulimico di attenzioni di turno, quanto più strettamente nella vita di tutti i giorni.

E – attenzione – non si fa politica, non si dialoga di politica, non si dibatte di politica: si chiacchiera di politica.
Così facendo non le si fa un favore, non la si rende – come qualche critico troppo fiducioso magari ancora blatera – parte integrante della quotidianità, non la si porta ad avere nuovamente un ruolo cardine nella società. Tutt’altro.

Così la politica diviene argomento futile e sterile da bar, viene umiliata, stiracchiata e appiattita sullo stesso livello dell’invettiva nei confronti dell’arbitro che non ha fischiato il rigore o dei fischi nei confronti delle gambe della ragazza che passa dall’altro lato della strada: al pari di quest’attività la politica diventa sì parte della vita dell’individuo, ma non apporta assolutamente alcun beneficio a lui né tanto meno alla società, sfociando anche a tratti nel becerismo più sfrenato.

Per spiegarmi meglio porterò un esempio tangibile, tramite la presentazione al pubblico del signor Prugnolo, archetipo verosimile di un qualsiasi personaggio che potremmo incontrare ogni giorno sotto casa, in fila alle poste, tra gli scaffali del supermercato o fermo al semaforo rosso.

Prugnolo è uno zio o un cliente del bar vicino casa o un vecchio amico di famiglia. Ha da poco superato i cinquant’anni ma si sente già gli acciacchi fisici dei settanta.
Prugnolo lavora da troppo tempo per trarre ancora solo un briciolo di soddisfazione dalla sua produttività ma da troppo poco per iniziare a vedere i contorni della pensione, che anzi sente ogni giorno più lontana anziché più vicina. Per esser più precisi, dovremmo dire che non ha mai realmente amato la sua professione, qualsiasi essa sia stata: appena preso il diploma ha iniziato a cambiarla con cadenza che varia tra i due e i quattro anni, indossando i panni del barista, del cameriere, del volantinatore per una pizzeria per la quale ha anche consegnato pizze, del cassiere in un supermercato e per un breve periodo anche del buttafuori in una minuscola discoteca locale.
Prugnolo ha una moglie che ha smesso di amare pressappoco tre anni dopo il matrimonio e due figli, l’ultimo dei quali nato quando Prugnolo era già stanco di seguire affettuosamente i passi del primo e molto probabilmente per errore, tanto che ora che sta iniziando ad affacciarsi nel periodo dell’adolescenza è una sorta di fiera nevrastenica che si circonda di costosissimi apparecchi tecnologici nella disperata impotenza del padre.
Prugnolo ha letto l’ultimo libro nel 1996, perché il comico che lo aveva scritto gli sembrava una brava persona.
Prugnolo da giovane aveva fiducia nel futuro, ora ne ha paura. Era convinto di vivere meglio dei suoi genitori, ora non ne è più tanto sicuro, e non è certo neanche che i suoi figli vivranno meglio di lui, come credeva prima di diventare padre. È insicuro, confuso, spaventato e a tratti arrabbiato, e per lui la colpa è tutta dei politici.

Ho memoria di Prugnolo da circa quindici anni. In questo lasso di tempo si sono succeduti prima dell’attuale i governi Berlusconi II-III, Prodi, Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Tutti i Presidenti del Consiglio dei ministri che si sono succeduti hanno ricevuto lo stesso trattamento in due fasi:

  1. Fiducia incondizionata con stizzito ripudio del governo precedente. Frase tipica: “Ora ci pensa lui a sistemare questo schifo”.
    Nel caso degli avvicendamenti Letta-Renzi e Renzi-Gentiloni la fase è stata più tiepida ma comunque non assente, nonostante la riconoscibile somiglianza tra le politiche dei governi.
  2. Insofferenza e intolleranza nei confronti del presidente in carica, voglia di cambiamento e nervosismo. Convinzione insita e inamovibile che la colpa della sua insoddisfazione personale sia colpa del governo. Frase tipica: “Questo se ne deve andare a casa”.
    Nel caso del governo Berlusconi III questa fase è stata rapidamente dimenticata durante i due anni di governo Prodi, tanto da ripresentare la fase 1 con il governo Berlusconi IV.

A Prugnolo piace molto l’attuale governo, anche se non è chiaro ai suoi interlocutori quale dei due partiti al governo egli abbia votato, o se addirittura ne abbia votato un terzo o non abbia affatto votato. Prugnolo infatti non sempre vota, ma in base all’interlocutore afferma sicuro di sé di farlo sempre o di non farlo mai da decenni.
L’opinione di Prugnolo sul governo gialloverde muterà comunque molto presto, nell’esatto momento in cui si renderà conto che non migliorerà con la bacchetta magica il suo tenore di vita, che comunque non fa nulla per implementare: non manifesta per i propri diritti, non si aggiorna, non studia, non tenta di fare politica attiva, non cerca un lavoro migliore, non conosce nuove persone.
Prugnolo si lamenta sui social network, e dopo il lavoro si ferma al bar e chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera di politica…

Paolo Palladino

 

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