F1 2018: tempo di bilanci

Qualche ora fa il Campionato mondiale di Formula Uno 2018 si è concluso. Le ultime immagini di questa annata, oltre al consueto sfarzo faraonico proprio della mirabolante Abu Dhabi, hanno incluso alcuni momenti che gli appassionati difficilmente scorderanno: tra i tanti, il giro d’onore che ha coinvolto, allineati l’uno accanto all’altro, Sebastian Vettel, Fernando Alonso e Lewis Hamilton può essere forse considerato il più emozionante: una parata a velocità di crociera che ha riscosso calorosi segni di plauso, un ossequioso omaggio che ha permesso ai due contendenti al titolo di quest’anno di esprimere la loro ammirazione nei confronti del bicampione di Oviedo, il quale, annunciato il suo ritiro non definitivo, dal prossimo campionato non disporrà più di alcuna vettura in griglia.

Ebbene: essendo giunto al proprio compimento il ciclo costituito delle ventuno prove che quest’anno sono state inserite nel calendario del mondiale, è tempo di bilanci. Alcune considerazioni si paleseranno come semplici conferme di ciò che qualsiasi tifoso già da tempo pensa; altre, invece, tenteranno di saggiare alcuni dei territori meno esplorati da giornalisti, cronisti e opinionisti.

In principio è inevitabile rivolgersi a colui che ha trionfato: Lewis Hamilton. Il britannico, dopo un avvio poco scoppiettante, ha raggiunto il perfetto grado d’eccellenza: grazie a una vettura confermatasi ancora una volta sbalorditiva, nella seconda parte della stagione Hamilton ha inanellato un successo dopo l’altro, vanificando così le speranze del calante Vettel. Proprio la capacità di minimizzare gli errori e di massimizzare qualsiasi occasione, anche la più grigia, ha consentito a Hamilton di procedere verso il titolo con sicurezza gradualmente più consistente: ora può godersi il quinto mondiale e la posizione di pilota ormai appartenente al dominio delle leggende che hanno inciso in maniera indelebile una traccia nella storia della Formula Uno. Ha eguagliato Fangio, è a due titoli da Schumacher, detiene il maggior numero di pole-positions segnate nella storia e, considerando che al termine della sua carriera mancano ancora diversi anni, forse i suoi successi aumenteranno ulteriormente.

Il rovescio della medaglia, chiaramente, è rappresentato da Sebastian Vettel. L’alfiere della Ferrari ha regalato ai suoi sostenitori una combattuta prima metà di campionato: quanti cuori hanno vibrato, quando il tedesco ha strappato quell’esaltante vittoria a Silverstone, la tana del nemico! Durante la seconda metà del campionato, dopo le prime avvisaglie di debolezza (è il caso della clamorosa uscita di pista registratasi a Hockenheim), Vettel è sì riuscito a conquistare qualche soddisfazione (qui la mente corre al bel successo di Spa), ma si è poi ritrovato in un difficile garbuglio di ostacoli. Una punizione degli dèi atta a colpevolizzare quella galvanizzante hybris che dopo i primi trionfi stagionali aveva contagiato gran parte dei suoi tifosi? Difficile sondare i piani delle divinità. Sicuramente, è possibile individuare con una certa lucidità alcuni dei fatti che più hanno contribuito a destabilizzare l’annata del quattro volte iridato: dalla brusca scomparsa di Sergio Marchionne ai vari cambiamenti avvenuti all’interno dell’organico della Scuderia, fino ai disguidi relativi al piano strategico e agli sbagli che hanno compromesso le prestazioni di Vettel. Alcuni, poi, non scordano di includere nella lista la cattiva sorte che avrebbe rovinato al tedesco alcuni dei sorpassi più cruciali, come l’episodio verificatosi a Monza. Ad ogni modo, ad Abu Dhabi il pilota di Heppenheim è apparso sorridente e non ha dimenticato di ricordare a Hamilton che l’anno prossimo tenterà nuovamente di cogliere l’iride.

I due veterani Raïkkönen e Alonso, invece, sono arrivati al termine del campionato dopo aver confermato con convincente solidità i relativi talenti: il finlandese dall’algido temperamento ha ottenuto ben dodici podi ed è tornato alla vittoria al COTA, dove ha siglato un magnifico trionfo; lo spagnolo, invece, limitato gravemente dalla mediocre vettura prodotta dalla McLaren, si è dovuto accontentare delle notevoli prestazioni che è riuscito a estrarre dalla sua MCL33, apprezzabili soprattutto se poste a raffronto con quanto il suo compagno di squadra Stoffel Vandoorne è stato in grado di guadagnare – ben poco, a conti fatti. Diverso è il futuro che li attende: Raïkkönen teso verso una nuova avventura, cioè lo sbarco pressoché obbligato in Alfa Romeo-Sauber; Alonso verso la Tripla Corona – “You’re a champ! Let’s go win the triple crown!” sono le parole che, al termine della gara di Abu Dhabi, gli sono state rivolte tramite un team radio dalla voce corposa di Zak Brown, l’attuale direttore esecutivo della McLaren.

Gioie e dolori hanno accompagnato la stagione dei due piloti della Red Bull, il dinamitardo Verstappen e l’ottimo Ricciardo. Al di là del terribile autogol di Baku (forse il momento più buio della stagione per l’intera squadra), entrambi hanno dovuto subire le noie derivanti dalla power-unit Renault: aspre sono state le polemiche sollevate con toni burberi da Verstappen; disperato, invece, il famoso urlo in pit-lane con il quale Ricciardo, che paradossalmente passerà proprio alle file della Renault dal prossimo anno, a Suzuka ha esternato la sua profonda frustrazione: l’australiano, quest’anno, è stato costretto al ritiro, sebbene non sempre a causa dei limiti del propulsore targato Renault, ben otto volte. Non bisogna tuttavia scordare le occasioni che hanno consentito alla dinamica coppia di sorridere: Ricciardo ha colto due successi, la vittoria in Cina e l’intelligente trionfo nel Principato; Verstappen, invece, ha vinto in Austria e in Messico, e ha collezionato altri nove piazzamenti sul podio, cinque dei quali nelle ultime cinque gare del mondiale, l’uno dopo l’altro: una stagione brillante e (finalmente) concreta, al termine della quale ha meritatamente raggiunto la quarta posizione in classifica generale, superando il più favorito Valtteri Bottas. Verstappen, all’interno della squadra di Mateschitz, ha ormai raggiunto una condizione privilegiata: la punta di diamante alla quale la scuderia spera di poter fornire presto la vettura vincente. Proprio la condizione in questione, a metà campionato, deve aver convinto Ricciardo a scegliere di passare alla Renault, come accennato: decisione sofferta e rischiosa, fitta d’incognite. Che cosa ci regalerà l’anno prossimo l’australiano? Che cosa potrà regalarci?

Non si possono non sottolineare anche le prestazioni peggiori della stagione: ci sono stati e piloti distintisi per l’anonimato delle proprie gare e piloti distintisi per i terribili risultati. Nella prima categoria rientrano sicuramente i due alfieri della moribonda Williams: Stroll (sul quale grava, peraltro, la comprensibile antipatia del pubblico) e Sirotkin non sono stati capaci nemmeno di un guizzo. A stento risulta possibile ricordare qualche episodio legato alla loro stagione: pessimi entrambi, e forse nemmeno meritevoli di correre in Formula Uno. Se il russo, però, dall’anno prossimo non sarà più presente sullo schieramento, lo stesso destino non toccherà al canadese, che imporrà ancora una volta il proprio nome: il padre miliardario, infatti, ha comprato al figlio un altro team (dopo essersi pressoché impadronito della Williams), dunque Stroll correrà per la neonata Racing Point, sorta sulle ceneri della combattiva Force India. Della seconda categoria fanno parte Valtteri Bottas, Romain Grosjean ed Esteban Ocon. Il finlandese, come lo stesso ha dichiarato, si è ritrovato ad affrontare una stagione ignobile: ingabbiato nella condizione di servo piegato al volere della Mercedes e alle necessità di Hamilton, incapace di ritagliare per sé una fetta di granitica dignità all’interno della squadra, unico pilota dell’èra Mercedes a non avere ottenuto nemmeno un successo nell’arco del campionato, tentennante persino nelle circostanze che gli avrebbero consentito di strapparsi qualche soddisfazione, Bottas dovrà riflettere e rimettersi in sesto. Nel caso di Grosjean, poche parole possono bastare: il folle francese della Haas, quest’anno, troppe volte ha spento il cervello e troppe volte è stato protagonista di episodi indecorosi. Ocon, invece, pur rientrando ancora nella ristretta cerchia delle tre giovanissime promesse sulle quali le maggiori scuderie hanno deciso di puntare (Ocon per la Mercedes, Leclerc per la Ferrari e Gasly per la Red Bull), ha rovinato la propria stagione con due gesti decisamente indecenti: qualcuno riuscirà a dimenticare la servile gara corsa a Monaco o la manovra tanto sospetta quanto disastrosa compiuta in Brasile?

La stagione 2018, poi, è stata fortemente movimentata dalle vicissitudini relative alle squadre: il nervoso duello che ha opposto la Mercedes e la Ferrari, la stessa Mercedes e i tanti scandali che hanno gettato alcune ombre sui suoi successi (dagli pneumatici Pirelli più sottili ai cerchioni forati), la rissa ancora non conclusa tra la contestata Haas e la Force India, la cessione della medesima Force India alla cordata di imprenditori guidata da Stroll padre, l’incredibile incremento prestazionale conseguito dalla Sauber grazie all’entrata nell’orbita Ferrari voluta da Marchionne, il tracollo dei nomi prestigiosi (e soprattutto dei team privati) che ha coinvolto le blasonate Williams e McLaren, l’incerta partnership tra Toro Rosso e Honda, il consolidamento (forse illusorio) della Renault come quarta forza in campo. Sullo sfondo, poi, le grandi questioni che legano le squadre al Patto della Concordia e all’organizzatrice del mondiale Liberty Media, la società che ha permesso a Chase Carey di divenire il nuovo presidente della massima categoria automobilistica. I nuovi cambiamenti regolamentari daranno veramente dei buoni esiti? Quanto è necessario insistere sull’incremento dei sorpassi? La necessità di spettacolarizzare ulteriormente le corse deriva da una falsa percezione indotta da alcuni meccanismi di distorsione riversatisi sulla storia della Formula Uno, o da una regressione effettiva del grado di spettacolo? Il dispositivo Halo verrà totalmente accettato dai tifosi, o continuerà a essere concepito come un disgustoso elemento alieno? Si verificherà una progressiva sistematizzazione gerarchica all’interno della categoria, ossia un progressivo avvicinamento alla dicotomia team ufficiali/team satelliti che già denota la MotoGP? Il numero di gare, nonostante le voci di protesta levatesi già da più parti, continuerà a crescere? Il Gran Premio del Vietnam che cosa si rivelerà essere? Una realtà virtuosa o, come nel triste caso del Gran Premio d’India, una scelta spietata e avida? I team minori riusciranno a guadagnarsi i cambiamenti necessari a tutelare la loro volontà di competere per le posizioni più alte della classifica, o la Formula Uno – che ha la propria essenza nella competizione, cioè una dimensione che necessariamente definisce chi sta in alto e chi in basso – continuerà ad avere delle squadre di vertice e delle squadre non in grado di arrivare al podio?

Ai lettori riflessioni e risposte. Nel frattempo, è possibile abbandonarsi a un sospiro di sollievo: le luci sul campionato 2018 si sono ormai spente. Hamilton e il suo quinto titolo sono già storia. All’anno prossimo.

Francesco Formigari

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