La lingua d’ambra

Si svegliò di soprassalto e si mise a sedere sul bordo del letto. Si stropicciò gli occhi e si guardò intorno confuso, cercando di identificare la fonte di quel tonfo sordo che lo aveva fatto sussultare. Cercò a tentoni gli occhiali, riposti sul comodino prima di coricarsi e nella concitazione del momento li urtò facendoli cadere a terra.Si chinò sul pavimento e, gattonando, tastò la superficie del tappeto a lato del letto in una febbrile ricerca. Finalmente li trovò, ed afferrandoli avvertì che c’era qualcos’altro a terra lì vicino.

Accese quindi la luce per esaminare meglio la stanza. Il suo sguardo tornò ad indugiare verso il basso, scandagliando le trame scure del tappeto alla ricerca dell’oggetto misterioso.

Finalmente lo vide – e avrebbe giurato di averlo visto brillare per una frazione di secondo, quasi come se quella cosa VOLESSE essere ritrovata, come se agitasse delle braccia invisibili per attirare l’attenzione verso di sé.

A prima vista sembrava un semplicissimo sasso irregolare, verdastro e traslucido, della dimensione di una piccola arancia. Dato che aveva lasciato le finestre aperte per permettere il ricircolo d’aria nella stanza, concluse che qualcuno doveva averlo lanciato dall’esterno. Erano passati diversi minuti e probabilmente chiunque ci fosse stato là fuori, a quell’ora si sarebbe di sicuro dileguato, pensò. Non mancò di controllare comunque, affacciandosi dalla finestra che dava sul retro dell’abitazione.

Era una fresca notte d’estate e la luna brillava alta nel cielo, piena nel suo pallore etereo. Nel giardino alcune lucciole apparivano ad intermittenza disegnando segmenti spezzettati sulla siepe. Si tolse gli occhiali, si stropicciò gli occhi e li inforcò di nuovo per cercare di scrutare meglio. Scandagliò in lungo e in largo il giardino, e stava per chiudere la finestra quando con la coda dell’occhio percepì un guizzo luminoso proprio in fondo, davanti alla siepe. Le lucciole si erano disposte in un modo molto strano: all’inizio le vide volare veloci e agitate, quando ad un tratto si bloccarono a mezz’aria. Guardandole nell’insieme capì che erano tutte adagiate sul corpo di un uomo molto alto e robusto, quasi a delimitarne la silhouette nella notte.

La siepe distava una buona decina di metri dalla finestra dalla quale osservava quello strano spettacolo e già da quella distanza lo sconosciuto sembrava davvero enorme.

Rimase bloccato ad osservare quella scena assurda, e si rese gradualmente conto che la figura lo stava fissando, avvicinandosi impercettibilmente ma inesorabilmente. Notò con una crescente ansia che i suoi passi non erano accompagnati da alcun rumore; quegli occhi sempre più inquietanti continuavano a fissarlo senza battere ciglio, avvicinandosi e diventando sempre più grandi e magnetici, resi follemente impersonali dall’impossibilità di distinguere i lineamenti del volto, controluce nella sua avanzata.

Fino a quel momento era stato totalmente rapito dall’assurdità della situazione e non si era reso conto che lo strano sasso, ancora nella sua mano, si stava scaldando sempre di più ed emetteva una leggera vibrazione che andava aumentando con l’avvicinarsi della figura. Lo osservò più da vicino, alzandolo in modo che i raggi della luna lo illuminassero, e notò solo in quel momento che custodiva qualcosa all’interno.

Racchiusa nella strana pietra stava quella che assomigliava ad una lingua umana, orridamente rinsecchita e rimpicciolita, ma che conservava ancora una goccia di vita.

Abbassò la pietra e il volto dell’individuo gli si parò davanti con una violenza e una velocità fuori dal normale. Tentò di fuggire ma il terrore si impossessò di lui, paralizzandolo in una morsa di ghiaccio che gli bruciava le ossa e i legamenti. Un suono basso e soffocato serpeggiava nell’aria ad intervalli sempre più malati e irregolari, come se un muto soffrisse zoppicando nella notte. Gli occhi maledetti si spalancarono sempre di più fino ad uscire dalle orbite schizzando fiotti di liquido verdastro, e il mugolio della bestia si fece sempre più intenso e terrificante, tanto che il desiderio della morte divenne l’unico rifugio possibile.

Si svegliò in una pozza di sudore, tremante e rannicchiato in un angolo del letto. Annaspando, cercò di dominare il tremore delle gambe e si levò in piedi.
Si trascinò barcollando verso il bagno per rinfrescarsi il volto, ma il terrore lo travolse e lo fece cadere lungo disteso sul pavimento del corridoio.

Mugolò per giorni e giorni, ma nessuno fu più in grado di sentirlo.

Marco Tumiatti

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