Alla piantata in Nasso – una poesia labirintica

Non so dirti di preciso quando
ci sono entrato, mi sono trovato perso.
Forse un tuo sguardo, un tuo cenno d’assenso,
un tuo nulla che per me valse
ogni parola, ogni promessa, ogni nave persa
e mai più tornata aspettando
qui invano di trovare la strada
per giungere a te.

Forse un passo a destra, forse cento a sinistra
sono quelli da compiere
per annullare lo spazio smisurato
che ci separa.
Forse servirebbe guardarlo dall’alto
questo dedalo: un’elevazione,
ma io non sono Dante
e tu non sei Beatrice
e magari lo penso però non si dice
che potresti essere anche
solo una come tante,
ma per me è importante
pensare che sia diverso,
con te,
per arrivare in fondo a questo gioco perverso,
da te,
oltre quella parete, oltre quella siepe,
scavalcando colui che si arrende e si siede
aspettando che la morte gli porti
l’indicazione della strada giusta.

Uno sbaglio dopo l’altro,
anche mille volte al giorno,
percorrendo strade senza ritorno
per caso la svolta giusta arriverà
e sarà tanto chiarore, sarà incanto,
benché il dolore sia sempre lì accanto.
Sarai tu a trovarmi quando mi starò scoraggiando,
saggiando il messaggio più adatto
per dirti che basta, io mi arrendo.

E tu mi guarderai e ti chiederai cosa mi fosse preso,
perché non ti avessi semplicemente chiamato,
e tu saresti uscita, con il rossetto appena messo,
a prendermi all’ingresso del tuo labirinto.
Ma io sono così: mi perdo in me stesso,
come potrei non perdermi in te?


Paolo Palladino

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