Se lo leggi sei una brutta persona

Era l’una passata di un ennesimo lunedì, ascoltavo Move On di Garden City Movement con il mio stato alticcio causato da una birra di sottomarca e mentre cercavo informazioni per il mio prossimo articolo mi imbattei in un dibattito politico di un X argomento che ora mi sfugge. Mentre ero lì a spulciare tra i diversi commenti mi soffermai su due signori in particolare che chiameremo Luigi  e Ferdinando.

Il sig. Luigi esordì con una retorica contro il sig. Ferdinando, oppositore della sua ideologia, insultandolo fino a chiudere l’arringa con un “spero che crepi maledetto pezzo di merda” (nota dell’autore: Il signor Luigi esclamò diversi insulti contro il signor Ferdinando, insulti che ho deciso di omettere). Mentre cercavo come un disperato la risposta del signor Ferdinando mi domandai cosa spingesse le persone dietro ad un monitor ad essere così rancorose e piene di odio verso il prossimo.

Il giorno dopo decisi di investigare più a fondo sull’argomento e controllai tra i miei amici su Facebook chi potesse aiutarmi con una laurea in psicologia. Alla fine riuscii a contattare una vecchia conoscenza delle superiori, laureata alla facoltà di psicologia di Torino, la dottoressa Giulia Berardo, che accettò di buon grado di aiutarmi a conoscere più a fondo il discorso.

Ciao Giulia! Grazie intanto della tua disponibilità.


Ciao anche a te, figurati, è un piacere!

Cercando di entrare direttamente nel vivo del discorso, secondo te l’avvento dei social network ha cambiato il nostro modo di comportarci e di comunicare?

La risposta è si, ha cambiato la modalità di approccio. Internet ha ridotto la distanza tra le persone, questo fenomeno sussiste già da prima se pensiamo ai mezzi che sono stati sviluppati, ci hanno permesso di viaggiare e incontrare le persone in modo più veloce, mettendoci in contatto con culture diverse, ora puoi farlo direttamente da casa tua. Ha modificato sicuramente i nostri modi di comunicare velocizzandoli a tempi direi istantanei.

Insomma, il mondo è nelle nostre camere.

Precisamente!

Capisco, continuando, le varie piattaforme hanno creato qualche comportamento che azzarderei a dire “nuovo” nella nostra società. L’uomo è cambiato rispetto al passato?

Certamente. Grazie alla plasticità sinaptica o neuronale siamo portati a immaginare facilmente gli emoticon e a trasmettere ad essi stati d’animo veri e propri trasmessi dalla persona che ce li invia.  (N.b. La plasticità è presente in tutti i vertebrati e fa del cervello l’unico organo diverso da ogni altra struttura biologica).
La plasticità si riferisce al grado di flessibilità e adattabilità del cervello, ed è resa possibile dalla creazione di nuove configurazioni di connessioni sinaptiche o dalla modificazione delle connessioni esistenti, in risposta agli input provenienti dall’esterno o dall’interno del sistema (anche in seguito a lesioni, fonte Wikipedia). 

È positivo questo cambiamento?

Non bisogna demonizzare i social network, rischiamo di estremizzare questa nuova era che ci sta colpendo sotto ogni aspetto sociale, culturale, di vita ecc… Bisognerebbe offrire un’educazione alle persone, partendo dai bambini (che i genitori trascurano dietro un tablet o un cellulare), su come trasformare questo nuovo potere che ci è stato concesso dal progresso scientifico e utilizzarlo come una risorsa, anche se purtroppo ora è inesistente e/o sottovalutata. Rispondendo alla tua domanda, non è completamente negativo, bisogna invece sfruttare le sue potenzialità in modo costruttivo.

Ma allora perché siamo cosi assuefatti dai social?

Semplicemente perché creano dipendenza. Fanno scattare un circuito della dopamina (una sostanza che risiede nel nostro cervello e che ci procura piacere) causato dai “mi piace” che riceviamo dietro una foto o un post, ogni like che riceviamo ci fa provare piacere. In più sono diventati un palliativo nelle ore “noiose”, dando un “senso” pratico e veloce al nostro tempo se dovessimo avere delle ore vuote. Una società del fare e meno del sentire, che rende tutto ciò un mix potenzialmente letale se non si fa attenzione, come citato prima; serve educazione riguardo questo fenomeno.

Andando avanti ed entrando nel punto focale del discorso, perché una persona diventa aggressiva dietro un monitor? Cosa lo spinge a pronunciare frasi pesanti, insulti gravi e minacce che nella vita vera non si sognerebbe mai di dire?

Innanzitutto bisogna distinguere l’aggressività dalla violenza: la prima attraverso lo scherno è positiva, ci motiva nel difendere noi stessi e i nostri confini, un comportamento del quale anche gli animali sono dotati; la violenza invece è legata al desiderio di fare del male a qualcun altro, la rabbia non cambia verso il prossimo ma cambia il modo di comunicarla. Diventa “fuori controllo” dietro uno schermo poiché la realtà che viene presentata in un mondo virtuale è completamente distorta, interpretandola male è anche più difficile trovare una regolarizzazione alla rabbia stessa.

Cosa influisce allora sulle persone quando si cerca di creare un dialogo civile e loro di risposta creano un muro, con cui è impossibile discutere semplicemente perché si ha un punto di vista diverso?

È causato dalle dinamiche di gruppo. Questo comportamento è stato studiato negli anni 50 da Kurt Lewin, il quale ipotizzò che il sistema delle relazioni e delle comunicazioni che caratterizza un gruppo può essere considerato come una sorta di “campo”, dove le forze si distribuiscono e si concentrano non casualmente per seguire andamenti legati ad equilibri e a tensioni connesse alla vita associativa. All’interno di un gruppo, o fra sottogruppi, si stabiliscono legami soggetti a un cambiamento che derivano da un’interferenza fra le condizioni individuali, caratteristiche di ciascun partecipante, e quelle gruppali, dovute alle interazioni sociali e alle percezioni interpersonali (font centro la pira). Prendiamo per esempio lo stadio e chi va alle partite: i casinisti rendono la folla felice, presi singolarmente sono persone tranquille che con gli altri diventano folli. Questo è causato dal livello di identificazione in un gruppo, per il quale un altro gruppo diventa oggetto di odio perché non lo si conosce. Fa parte della nostra identità: se mancassero luoghi, pensieri o passioni che ci unificano con altre persone ci sentiremmo guasti, io e te compresi. Il problema scatta purtroppo dalla fragilità, dalle scarse capacità critiche, portando questi tipi di persone a scaricare le proprie frustrazioni sul prossimo e rendendoli chiusi nella loro cecità, questo è come buttare benzina sul fuoco.

Dopo la nostra conversazione mi resi conto che questi comportamenti forse non sono da condannare, forse è nella nostra natura e con l’era digitale ci è proiettato tutta la nostra natura alla portata di un cellulare, forse e dico forse, siamo quello che siamo, animali istintivi un po’ evoluti.

Elson Dauti

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