La regina Margot: un omaggio a Chéreau

Patrice Chéreau (1944-2013) non è molto noto al pubblico italiano ma in Francia il teatro e il cinema l’hanno visto protagonista agguerrito del palco come del set.

Amava l’eccesso, Brecht sotto l’occhio del melodramma, aveva un’ossessione cromatica per il nero, un’attrazione fortissima per la mimica vibrante tesa a rendere l’attore un fascio di nervi, una corda di violino o una bestia.

Difficile è trovare un suo film dove il corpo (soprattutto maschile) non sia ferito, aperto, mutilato e dove l’emorragia o il dolore dell’epidermide non siano corrispondenti ai colpi subiti dell’animo. Sempre pronti a collassare, i protagonisti di Chéreau subiscono le emozioni senza scudo alcuno.

Lo sanno bene i personaggi del suo premiato film La regina Margot (1994) ispirato al romanzo omonimo di Alexandre Dumas padre. Del testo già quarant’anni prima Jean Dréville aveva realizzato una trasposizione cinematografica con una Jeanne Moreau agli inizi come protagonista: è piuttosto divertente notare la differenza abissale tra i due film essendo il primo intriso della sua fotografia pastosa anni ‘50 ed il secondo immerso nel sangue e sotto l’ascendente di Marlowe.


Chéreau voleva raccontare al contempo la storia una famiglia orrenda, di un massacro, di una violenza (religiosa) che attraversa come una scossa la storia francese e ricollega subito ai massacri del Novecento.

I Valois sono incubi viventi: la madre, Caterina de’ Medici, è una larva di donna incancrenita nel suo nero vedovile; i suoi figli gareggiano tra loro per instabilità a partire da Carlo IX che vive di crisi e debolezze passando per l’infido Henri e l’inesperto Francesco che è ancora estraneo ai giochi di potere; la figlia Margot ha fama di Messalina incestuosa ed è da un lato amante del sanguinario duca di Guisa (Miguel Bosé) e dall’altro moglie riluttante del re zotico Henri dei Borbone di Navarra (Daniel Auteil), protestante e topo a casa dei gatti.

L’amore del protestante Joseph Boniface de la Mole (Vincent Perez) cambia totalmente la visione del mondo di Margot, che sembra volersi riscattare. La storia però ha altri progetti e tutti rimangono investiti dalla guerra religiosa che ha il suo apice nella notte di San Bartolomeo.

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Nel ruolo di Margot Isabelle Adjani non risulta adatta nonostante lo sciovinismo tutto francese che la scelse in quanto star nazionale, l’impose come protagonista e le portò un César per il ruolo. Nel suo pallore e nella sua espressività stonata sembra fuori posto ma l’abilità di Chéreau riesce a mascherare questa pecca. Di fronte a Jean-Hugues Anglade (Carlo IX) e Virna Lisi (Caterina) dovremmo semmai inchinarci.

Il primo era stato già sotto l’ala di Chéreau con il film L’Homme Blessé (1983) e si era rivelato un camaleonte, con un grande senso del ritmo corporeo, estraneo a manierismi, quasi tonificante da vedere sulla scena; la seconda invece aveva dimostrato dopo una carriera altalenante di cosa fosse capace: il che la fa vedere come una delle nostre attrici più grandi, geniale quanto mal sfruttata, elettrizzante nel rendere l’abbrutimento ed il delirio lucido di potere della sua regina.

Attorno a loro la fauna attoriale è diretta egregiamente. Una menzione particolare va a quella presenza maliziosa e carismatica di Dominique Blanc, una delle attrici favorite del regista e Melato francese, nel ruolo di Henriette, dama fidata di Margot.

Il risultato che Chéreau ha avuto è stato quello di un film volutamente parossistico, dove il sangue scorre come nel teatro elisabettiano, dove l’attenzione per la ricreazione della morte è uguale a quella per il décor. L’eleganza è perfettamente allineata con la violenza, la ridondanza non ne attacca il fascino né la grazia che le sue immagini regalano di continuo in un lavoro perfetto d’inquadramento del materiale umano che sta di fronte.

Con il direttore della fotografia Philippe Rousselot si è puntato a citare Velazquez, Ribera, Vermeer e Pieter van Hooch per le luci che rendono splendidamente l’afa di agosto in cui il film deve essere giustamente immerso. La foga dei corpi e dei movimenti nello spazio sembra stimolare l’olfatto per farci percepire la polvere ed il sudore con tutta l’insistenza necessaria. Per le location si puntò al Palacio de Mafra in Portogallo, a Bordeaux e al Palazzo Farnese di Caprarola.

Nell’anno di Pulp Fiction e sotto una giuria capitanata da Clint Eastwood, il film ricevette a Cannes 1994 due premi: quello della giuria e quello per la migliore interpretazione femminile per la Lisi, commossa per il riconoscimento che l’era più che dovuto per la sua performance.

Antonio Canzoniere

 

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