“Cosa ne farò di questo libro?”: Saramago e Camões, arte e potere

Dopo quasi vent’anni un poeta torna in patria dopo un lungo viaggio in Oriente: tutti gli avventurieri tornano carichi di ricchezze, che li ripagano degli sforzi e dei rischiosi viaggi; egli ha con sé nient’altro che che un libro, un meraviglioso libro, che narra le gesta del suo popolo alla scoperta di terre sconosciute.

Non è una storia inventata: è l’ultima parte di vita di Luís Vaz de Camões, forse il maggior poeta portoghese, autore de Os Lusíadas, poema epico scritto in ottave endecasillabi, che celebra la grandezza del popolo portoghese attraverso la sua celebrazione in chiave mitologica e alla narrazione delle conquiste compiute dai navigatori portoghesi in Oriente.

“È un poeta, il più grande poeta esistente in Portogallo, e privo di ogni altro bene che non sia il proprio talento”

“Cosa ne farò di questo libro?” è incluso ne “La seconda vita di Francesco d’Assisi“, una raccolta di quattro testi teatrali scritti da Saramago tra il 1978 e il 1993. La pièce narra appunto il ritorno a Lisbona di Luís Vaz de Camões nel 1570 che, tornato in povertà dai suoi lunghi viaggi in Oriente, ha però con sé il libro della sua vita, I Luisiadi, che celebrano la grandezza del popolo portoghese e delle esplorazioni marittime di Vasco da Gama e la sua compagine. Luís Vaz spera di poter vivere dignitosamente attraverso la pubblicazione del suo capolavoro, contando sulla generosità della corte portoghese. Sfortunatamente però, la situazione non è quella che immaginava.

Alla corte del re Sebastiano I infatti, nessuno sembra essere interessato a sostenere la pubblicazione del capolavoro di Camões: la sede del potere portoghese appare concentrata  su questioni più “concrete”, come ad esempio la repressione di ogni possibile eresia attraverso l’Inquisizione e il matrimonio del re, che servirebbe a garantire stabilità al regno, sempre più vicino all’unione con quello spagnolo – che si verificherà, dopo una profonda crisi dinastica, nel 1580.


“In Portogallo ci sono pochi spiriti liberi e troppi spiriti servili. In Portogallo c’è poca gioia e ci sono troppe lacrime. In Portogallo c’è poca tolleranza e troppa prepotenza.”

L’opera di Saramago presenta dunque la narrazione di una lotta titanica tra il poeta Camões – supportato da sua madre, Ana de Sá, il suo amico Diogo do Couto e una dama di corte di lui innamorata, Francesca d’Aragona – e un potere indifferente all’arte, che snobba il poema ed è capace solo di sottoporlo alla censura, attraverso il processo di revisione del frate Bartolomeu Ferreira.

“FRATE BARTOLOMEU FERREIRA […] Confessi le sue colpe, poi il Tribunale giudicherà.
LUÍS DE CAMÕES  E se colpe non ne avesse?
FRATE BARTOLOMEU FERREIRA  Tutti hanno delle colpe. Basta avere pazienza e cercare.”

La storia de I Luisiadi di Camões e della loro pubblicazione – che avverrà, nel racconto di Saramago, nel 1572 grazie all’iniziativa autonoma del poeta e all’aiuto dello stampatore António Gonçalves – diventa allora la metafora dei rapporti tra artista e potere, un potere assoluto, ma che potremmo anche ricondurre alle dittature del primo Novecento, dittatura che il Portogallo ha vissuto con il regime salazarista e che ha fatto della censura degli intellettuali una delle sue armi più potenti.
Storicamente la pièce di Saramago sembra inoltre voler illuminare l’inizio della crisi del connubio tra arte e corti tipica del Rinascimento e che, nel Cinquecento della Controriforma e alle soglie del buio Seicento dell’Inquisizione, si trasforma in asservimento e censura dell’artista da parte del potere.

Con il suo solito stile fitto e denso di espressioni aforistiche, Saramago riesce a trasferire tutte le sue capacità descrittive e narrative anche nella forma della pièce teatrale, raccontando la travagliata pubblicazione del capolavoro della letteratura portoghese e del suo padre, Luís Vaz de Camões, andando ad indagare il perverso rapporto tra arte e potere che, come si diceva, risulta un motivo assai attuale, soprattutto se lo si paragona alla storia del primo Novecento, ma anche, purtroppo, alle vicende dei nostri giorni.

Danilo Iannelli

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