“Sull’evoluzione dell’amore”, un saggio breve molto breve e poco saggio

Quando il primo ominide vide per la prima volta un elemento della sua stessa specie ma di sesso opposto, e anziché sentire il puro bisogno di far sopravvivere la razza provò una vampata di calore guizzargli nel petto, irradiandosi alle estremità fino a rendere di color del fuoco il volto ancora villoso, allora nacque l’amore, e quello più d’ogni altra cosa, più della ruota, più della pittura, più della prima scintilla, segnò la differenza tra la bestia e l’uomo.

Da allora l’orologio di Madre natura non si è mai fermato. I millenni e i secoli si sono susseguiti implacabilmente, scandendo l’evoluzione e accompagnandone l’accelerazione nei mutamenti: in una frazione di quello che per i tempi cosmici è un istante sorgono e vengono abbattuti menhir, totem, altari, ziqqurat e piramidi. Gli uomini escono dalle grotte, costruiscono capanne e poi case, si uccidono e si conquistano per poi essere uccisi e riconquistati, ma per ogni guerra scritta su un libro e ogni frammento archeologico visitabile, ci sono miliardi di sguardi che si attraggono, di dita che si intrecciano, di sospiri che si uniscono; una Babele di parole d’amore che dal primo grugnito all’ultimo “Ti amo” che proprio ora mentre scrivo qualcuno da qualche parte starà pronunciando, hanno sempre segnato l’istante in cui due cuori hanno abbandonato il loro assolo per iniziare a battere all’unisono.

Sono cambiate molte cose dal primo amore della storia: il modo di dichiararsi, di toccarsi, di mostrare affetto, di parlarsi, di legarsi in vincoli più o meno riconosciuti da qualsivoglia forma di società d’appartenenza. Il modo di vivere. Il modo in cui l’amore viene espresso e protratto fino all’ultimo istante è mutato sensibilmente – come ogni cosa che lo circondasse, d’altronde – ma il concetto puro dell’amore, l’Idea d’amore, per scomodare teorie platoniche, è trascendente ad ogni mutamento geografico, sociale, politico o culturale.

Come la fame e come la sete, a cui si avvicina semanticamente per la presenza di un forte ed insaziabile bisogno, l’amore è sempre stato uguale al se stesso universale, ma diverso da ogni altro amore: il sentimento che un giovane adolescente di una qualunque città può provare è facilmente assimilabile a quello che sentiva vibrare nel petto un soldato del quarto secolo avanti Cristo, o a quello che feriva al cuore uno stilnovista toscano; ma ciò che davvero pensa e sente lui è molto difficile da ritrovare nella mente e nell’animo anche soltanto del suo vicino di casa o più in generale di un suo coetaneo, o almeno è ciò che pensa qualsiasi persona nell’istante in cui si accorge di amare.


La maggior parte dei concetti a noi conosciuti col mutare delle epoche cambiano nel loro complesso ma restano immutate nel singolo. Un esempio non troppo rapido per non cadere nel parossismo teorico: la sete di potere cambia (un tempo era avere la capanna più alta o possedere il maggior numero di capre, oggi può essere avere uno stuolo di ragazzine adoranti sotto il palco o in alternativa controllare uno Stato fantoccio in qualche medio oriente), ma il modo di vivere il potere acquisito è sempre lo stesso (vanità all’inizio, poi bisogno di maggior controllo su ciò che si domina, deliri d’onnipotenza, paranoia ed altre piccole ed insignificanti sfaccettature della follia). Al contrario l’amore rimane invariato nella sua globalità ma è unico ed inimitabile nel modo che ognuno ha di viverlo.
Così come millenni fa c’era chi aveva l’harem e chi moriva solo, come nel milletrecento c’era chi consumava ogni avere tra apparenti angeli da taverna e chi consumava le proprie meningi per convincersi e convincere che la propria donna fosse un angelo, come secoli fa c’era chi percorreva miglia a cavallo per cercare la propria dama e chi per trovarla doveva semplicemente guardare chi stesse dando da mangiare ai maiali nella porcilaia, al giorno d’oggi c’è chi rimane accecato dalla luce d’un paio d’occhi a tredici anni per portarla all’altare dopo i venticinque e chi cambia più spesso partner che umore fino a soffrire di personalità multiple consumando l’amore con tre o quattro amanti diverse nella disinibitoria cagnara di una festa.

Ma non ci si lasci ingannare da questa apparentemente rigida divisione temporale tra i diversi atteggiamenti qui di sopra estratti in maniera casuale tra i miliardi possibili, in quanto basta mutare anche lievemente l’ambientazione e si ottengono comportamenti uguali in ambienti geografici o storici totalmente differenti: il poeta che nei suoi scritti parla della propria donna come di una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare non è poi molto dissimile dal ragazzo che, birra in mano e sguardo estatico, tenta di convincere gli amici che la sua nuova fidanzata no, non è come tutte le altre.

In un mondo sempre più incerto ed instabile, solo su una cosa si può ancora fare davvero affidamento, per la sua solidità e la sua immortalità: l’amore.
Puro, incorruttibile, eterno.

Ma siamo sicuri che l’amore sia ancora eterno? Nell’epoca che passerà alla storia come quella che ha dato il definitivo colpo di grazia al già rantolante buon costume, in uno dei periodi più moralmente poveri della storia recente, un sentimento come l’amore può ancora attecchire così profondamente da non lasciare l’animo di chi lo prova finché anche l’ultimo alito di vita non sia uscito da lui? In base alla risposta che si dà, si può notare con scarso margine d’errore quanto si è utopici e idealisti: una persona pessimista o anche solo estremamente realista, direbbe che nulla è per sempre, che tutto è destinato a scomparire presto o tardi, con sofferenza variabile e conseguenze ignote. Ma un sognatore, un giovane o semplicemente un innamorato qualunque, dirà che certamente l’amore è eterno: quando si ama, è sempre per sempre. O almeno lo è nelle intenzioni. Poi accade di cambiare cambiare idea, di accorgersi di aver sbagliato o di rendersi conto di aver preso e comunicato decisioni veramente troppo in fretta.

L’idea di “per sempre” non è mutata, continua ad essere oggi come nel ‘300 una mosca bianca, una pepita d’oro tra i volgari ciottoli. I vari Petrarca e Dante si sopraelevano da una selva di matrimoni combinati in cui è presente tutto, tranne che – salvo rarissime eccezioni – l’amore. Al giorno d’oggi, quanto meno in questo Paese, non ci si trova invischiati in unioni decise da elementi esterni alla futura coppia, per questo passeggiando in una qualsiasi strada si vedono più single in cerca di fidanzati in terra che stelle in cielo; quanti di loro troveranno la propria anima gemella? Su quanti di loro ricadrà spietata la freccia d’Amore? Un numero certamente variabile a seconda del momento, ma tendente all’intero del campione d’umanità preso in considerazione in un tempo tendente a infinito. E presumibilmente, quando anch’essi riusciranno finalmente a innamorarsi, anche solo per un breve periodo crederanno nel proprio “per sempre”.

Paolo Palladino

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