Uscito il 18 ottobre nelle nostre sale ed ispirato al romanzo di Ian McEwan La ballata di Adam Henry, l’ultimo film di Richard Eyre risulta essere costruito interamente in funzione della sua protagonista.

Sul rapporto del regista con gli attori non è necessario soffermarsi troppo: basta solo guardare la sua carriera a teatro per cogliere l’attenzione che dà alla presenza dei suoi protagonisti.

Questa volta però l’amore per le psicologie complesse di Eyre penetra in un ambiente particolare: quello giudiziario, che solo a prima vista appare distante da quello letterario di Iris o quello provinciale di Diario di uno scandalo.

Entriamo nella vita di Fiona Maye, giudice di prim’ordine, ferrea, precisa come una lama nel lavoro. Questa donna metallica però ha un punto debole: eccelle come giudice laddove fallisce come donna e moglie.

Suo marito Jack (Stanley Tucci) la ama ancora ma data la freddezza di lei cerca un’amante e non ne fa mistero. Questo turbamento casalingo porta Fiona a dare una scossa avventata alle procedure di un processo: chiede infatti ad Adam (Fionn Whitehead), diciassettenne testimone di Geova, se è davvero convinto di voler rifiutare per la sua fede una trasfusione capace di salvargli la vita.  

La pulce nell’orecchio è grande ed innesca delle conseguenze inaspettate che investono sia il ragazzo che Fiona, con la vita ora sconvolta.

Il film è girato con una fotografia semplice, che vuole cogliere i rapporti con una distanza che ricorda un approccio da teatro filmato: non si vuole brillare per la tecnica o porre filtri ingombranti. Si vuole solo mostrare e registrare le presenze la cui classe è altissima, il tono calibrato, preciso e sfumato al contempo.

La colonna portante della pellicola è la Thompson che gioca le sue carte potentemente a chiave bassa e si fa in questo modo penetrante, sotterranea. Lei è al meglio in questo ruolo e regala memorabili istantanee emotive per tutto il film. Una scena da ricordare è però quella della confessione finale: il suo corpo pietrificato dell’inizio e l’erompere delle lacrime nel finale sono due stadi finali di una sinfonia mimica che porta all’empatia esattamente quanto meraviglia.

La fauna attoriale che le ruota attorno è ben sfruttata, nessuno sfigura ma nemmeno può vantare di dominare il film. La regina è una sola, peraltro godibilissima perfino guardando il film col volume a zero e ben doppiata in versione italiana da Emanuela Rossi.

Antonio Canzoniere

 

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