Ballon

“Ballon” è un film tratto da una storia vera uscito in Germania a fine settembre.

Protagonisti di questa storia sono due famiglie tedesche di Pößneck, Strelzyk e Wetzel, che nell’estate del 1979 progettano di scappare dalla DDR per andare nella BDR utilizzando una mongolfiera da loro costruita.

La famiglia Wetzel però ha dei ripensamenti: i bambini sono ancora troppo piccoli e hanno paura che possa accadere qualcosa, si tirano indietro per amore dei figli; i Strelzyk invece decidono di andarsene via comunque. Il primo tentativo fallisce per soli pochi metri; restano tracce dietro di loro tant’è che la Stasi inizia a svolgere ricerche, interrogare persone e dopo il fallimento gli Strelzyk si trovano costretti ad andare via per non essere rintracciati, si spostano a Berlino e si nascondono in un hotel, anche se poi non risulterà la migliore delle idee in una Germania in cui non ci si poteva fidare nemmeno del proprio vicino di casa. A questo punto tornano a Pößneck e le due famiglie si fanno forza per costruire una nuova mongolfiera e andare via, questa volta insieme. La Stasi tra una ricerca a l’altra risale alle identità e inizia la corsa: fortunatamente si trovano sempre un passo indietro alle due famiglie che riescono a scappare. Günter Wetzel prima di andare via vorrebbe salutare i suoi genitori ma non lo farà per non mettere in pericolo nessuno.

Ha le lacrime agli occhi, li guarda da fuori la finestra e parte. Finalmente in aria, finalmente si allontanano e quasi intercettati dagli elicotteri della Stasi quando qualcosa nel motore si blocca e fa precipitare la mongolfiera: c’è la paura, sono feriti e sperduti nel bosco tant’è che i due padri di famiglia si allontanano da soli per capire se sono ancora in territorio nemico o no.


Sono bastati ventotto minuti a questa mongolfiera per farli arrivare nella tanto desiderata BDR, ventotto minuti di paura ma ce la fanno. Qui ricominciano le loro vite e dopo dieci anni scoprono la fantastica notizia: il ZDF annuncia che i cittadini della DDR potevano finalmente lasciare la città.

La scena finale vede Günter Wetzel che alla domanda “dove andiamo ora?” postagli da un collega, risponde “Nach Hause, zu meinen Eltern” [tr. a casa dai miei genitori].

Quella delle famiglie Strelzyk e Wetzel è quasi “una storia come tante” che c’erano tanto ieri quanto oggi. Storie di persone che trovano la forza di andarsene per garantire quantomeno ai propri figli una realtà migliore. Ieri potevano essere due famiglie tedesche, oggi tutte quelle persone che sbarcano sulle nostre coste. Sono vite in cerca di un futuro.

Così come un ieri non troppo lontano la prese mia madre questa decisione di cercare un futuro migliore, venuta in Italia per amore di mio padre, per amore nei miei confronti quando seppe che aspettava una femminuccia sarebbe voluta tornare nella sua terra, dai suoi cari, ma sempre per amore nostro non lo fece perché “il Kosovo non è ancora scoppiato”.

Alla fine, vuoi o non vuoi, è l’amore che ci muove e ci ferma. Però c’è chi è più fortunato e riesce a salutare e chi invece deve mettersi in cammino subito, privato del suo tempo e della possibilità (e diritto) di compiere una scelta vera e propria.

Martina Grujić B.

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