1000 km in bici in solitaria – episodio 3

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KM 185 – KM 350

 

Dopo le due prime giornate, contrastanti in quanto a clima e distanza percorsa, mi appresto a lanciarmi all’avventura per la terza volta. Finora ho percorso 185 km in direzione est. All’alba del terzo giorno parto senza neanche fare colazione e imposto il mio manubrio in direzione sud, una volta per tutte verso Berlino. Sebbene la media chilometrica dei due giorni precedenti sia abbastanza soddisfacente, sono comunque lungi dalla certezza di raggiungere il mio obiettivo finale, e ancor meno di riuscirci nei tempi prefissati. Decido però di non pormi troppe domande e comincio a pedalare con la speranza di arrivare a Kongsberg, distante 80 km, prima della fine del giorno. Ci arrivo intorno alle 13: malgrado sia zuppo per via della pioggia incessante, ho delle buone gambe e macino km in fretta. La strada, tranquilla, si estende su colline e si allunga nei fiordi oppure serpeggia tra piccole fattorie di legno rosso.

Mi sorprendo quindi nel raggiungere Kongsberg poco dopo del pranzo. Tuttavia, non avendo ancora prenotato un alloggio per la sera e sentendomi ancora in forze, decido di continuare il mio viaggio verso sud. Non so ancora bene fino a che città riuscirò ad arrivare né di quale livello di confort potrò godere durante la mia sosta serale. D’altronde, le condizioni meteorologiche sono destinate a peggiorare nel pomeriggio, quindi lascio definitivamente le regioni montuose della Norvegia senza sapere che la pianura mi sarà meno favorevole.

In effetti, insieme alla tempesta arriva il vento, che frena la mia avanzata con ben più ostinazione di quanto avessero fatto i monti i giorni precedenti. Pedalare controvento è un’esperienza estenuante, sia dal punto di vista fisico che mentale. Di fronte ad un pendio si sa cosa aspettarsi, si sta all’erta e si vede la vetta avvicinarsi con appetito. Di fronte al vento ci si batte continuamente contro una forza invisibile che si intestardisce a far sì che i nostri sforzi si moltiplichino, tanto nelle discese quanto nelle salite, rallentandoci sempre più. Sul mio viso la pioggia si mischia all’acqua delle pozzanghere schizzata dai camion. Una pessima situazione, con questo vento che mi impedisce sempre di uscirmene al più presto.


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Dopo aver raggiunto Hvittingfoss ritrovo finalmente un itinerario meno battuto.  Sono fradicio e credo di averne abbastanza per oggi, ma internet non mi indica dei campeggi nei dintorni. Inoltre, sin dal mattino ho questa idea di trovarmi un rifugio improvvisato per risparmiare un po’ di soldi e dare un tocco avventuroso al mio viaggio. Così riparto, alla ricerca del primo rifugio al coperto che possa fungere da alloggio per la notte. Dopo aver valutato campi, prati e fossati, la giornata, così come le mie energie si apprestano a volgere al termine senza che io abbia trovato qualcosa di adatto. Con 18 ore di pedalata sulle spalle e una nuova tempesta in arrivo, abbandono l’idea di giocare fare Christopher McCandless e decido di prendere ciò che il villaggio seguente ha da offrirmi.

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Arrivo a Svarstad, una borgata piccola ma carina, senza hotel, alberghi o campeggi. Era giunto quindi il momento, per me, di sperimentare la meravigliosa esperienza del “dormire presso un residente”. Se è vero che ne avevo parlato tanto prima della mia partenza, non conoscevo però minimamente le tecniche per farsi invitare a casa di sconosciuti. Non avevo visto neanche una volta in vita mia il programma televisivo nel quale un ragazzo di cui non mi ricordo il nome riusciva a farlo un po’ dappertutto in giro per il mondo. Grande errore di preparazione. Comunque sia, il fatto di non avere scelta mi spinge a superarmi ed elaboro molto velocemente una piccola tattica. Decido così di andare a bussare alla porta delle case con assuefazione, partendo dal presupposto che è più facile invitarsi nel garage o nel granaio di qualcuno piuttosto che nella loro stanza con accesso diretto al frigorifero. Dopo aver bussato a cinque porte mi sono già fatto un’idea generale, seppur su un dato ristretto, dell’umanità e della gentilezza degli abitanti di questo piccolo villaggio norvegese. Alcuni, che evidentemente non riescono a comprendere la mia situazione, si preoccupano del fatto che rischierei di sporcarmi dormendo nel loro fienile, mentre altri dicono che gli sarebbe piaciuto ospitarmi ma che la dimensione del loro appartamento non glielo permette.

Tuttavia, i miei trascorsi da autostoppista mi hanno insegnato che in questo genere di situazioni poco importa il numero di fallimenti, basta trovare anche solo un’anima buona per farcela. Nel mio caso si è trattato di una settantenne, apparsa solo al sesto tentativo. Con le mie spiegazioni riesco man mano a convincere la signora, dapprima diffidente, ad aiutarmi: mi ritrovo così trasferito, tramite una chiamata al cellulare, dall’altro lato del villaggio a casa di una sua amica. Arrivo così a casa di Bente, ben più disposta ad accogliermi rispetto all’altra donna. Innanzitutto Bente parla un francese impeccabile, frutto di 40 anni passati a La Ciotat. Inoltre, anche suo marito sta vivendo la mia stessa epopea ciclo-turistica in direzione del gran Nord. Così, per qualche strana legge del karma, la signora mi dà il benvenuto nella loro casa. Zuppo e stremato, provo una felicità pari alla fortuna di aver accesso al magico trittico doccia calda-zuppa calda-letto caldo. Ben più di quanto avessi bisogno per affrontare l’indomani, che mi vedrà semplicemente percorrere 50 km – gli ultimi in Norvegia – e andare al mare nel pomeriggio per prendere un traghetto che mi faccia raggiungere la seconda tappa del mio viaggio, la Danimarca!

To be continued

Tom Forest
Traduzione di Eleonora Valente

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