Il genio della Pop Art al Vittoriano

Dal 03 ottobre 2018 al 03 febbraio 2019 il Complesso del Vittoriano di Roma ospiterà la una ricchissima esposizione delle opere di Andy Warhol, organizzata da Arthemisia in occasione del novantesimo anno del più celebre esponente della Pop Art.

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Non pensare di fare arte, falla e basta. Lascia che siano gli altri a decidere se è buona o cattiva, se gli piace o gli faccia schifo. Intanto mentre gli altri sono lì a decidere tu fai ancora più arte.

Andy Warhol nasce a Pittsburgh il 6 agosto 1928: figlio di immigrati slovacchi – il suo vero nome è infatti Andrew Warhola – comincia la sua lunga e prolifica carriera artistica a New York, lavorando come grafico pubblicitario per riviste come “Vogue”, “Harper’s Bazar” e “Glamour”. Risalgono agli anni Sessanta le sue prime serigrafie, raffiguranti le icone pop del suo tempo: da Marilyn, alla Coca Cola, dalle lattine di zuppa Campbell a John Wayne e gli indiani d’America.

Ai primi d’agosto del 1962 cominciai con le serigrafie. Volevo qualcosa di più forte, che comunicasse meglio l’effetto di un prodotto seriale. Con la serigrafia si prende una foto, la si sviluppa, la si trasferisce sulla seta mediante colla e poi la si inchiostra, cosicché i colori penetrano attraverso la trama salvo che nei punti dove c’è la colla. Ciò permette di ottenere più volte la stessa immagine, ma sempre con lievi differenze. Tutto così semplice, rapido, casuale: ero eccitatissimo. Poi Marilyn morì quello stesso mese, e mi venne l’idea di trarre delle serigrafie da quel suo bel viso, le mie prime Marilyn.”

L’esposizione di Roma, con oltre 170 opere ed elevate opportunità di interattività (a partire da una stanza con pareti a specchio, luci colorate e musica nella quale è possibile scattare foto psichedeliche, fino alla possibilità di ottenere gratuitamente il proprio ritratto serigrafico digitale) appare davvero esaustiva e ci permette di penetrare appieno nell’arte geniale di Andy Warhol. Le serigrafie più famose sono certamente quella raffiguranti la diva Marilyn Monroe: al di là di ogni aspettativa estetica, le serigrafie di Warhol intendono innalzare alla dignità artistica i divi, i personaggi, le icone e gli oggetti simbolo di quella società dei consumi tipica del secondo dopoguerra negli Stati Uniti, gli anni del boom economico, che si farà sentire, con le dovute proporzioni, anche in Italia. Secondo Warhol infatti, la società consumistica ha in sé qualcosa di veramente democratico, in quanto attraverso i consumi vengono bilanciati i dislivelli sociali.

“Quel che c’è di veramente grande in questo paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla.”

È questo il significato delle sue serigrafie raffiguranti le lattine di zuppa Campbell o le bottiglie di Coca Cola. Non c’è intenzione ironica e dissacratoria nelle serigrafie di Warhol:  lo testimonia la sua versione della Monna Lisa, così lontana da quella di Duchamp; qui il celebre ritratto di Leonardo viene celebrato come vera e propria icona pop, alla stregua di Marilyn. È una profonda riflessione sull’arte e sul successo quella di Warhol: Marilyn, come Monna Lisa, sono immediatamente riconoscibili dal grande pubblico; e proprio questa riconoscibilità dà all’osservatore l’illusione di poter comprendere senza alcuno sforzo il significato recondito che si cela dietro le immagini.


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L’artista cannibale Andy Warhol però non limita i suoi ritratti al mondo delle pubblicità e della cultura pop; la sua rete di conoscenze lo porta a un incredibile numero di collaborazioni artistiche, che vanno dal mondo della musica a quello della moda. Basti citare il primo disco dei The Velvet Underground & Nico, di cui Warhol è non solo produttore, ma anche disegnatore della celebre copertina; o ancora i ritratti dedicati ai protagonisti della moda mondiale, su cui spiccano Valentino e un giovanissimo Giorgio Armani.

Non manca però, nell’opera di Andy Warhol, una carica ironica e quasi umoristica: pensiamo alla serie Vesuvius, esposta nel 1985 nel Museo di Capodimonte di Napoli e oggetto di aspre critiche, che vede una rivisitazione in chiave pop del simbolo paesaggistico della città partenopea; qui la critica sembra essere rivolta verso l’arte tradizionale, in particolar modo al filone della paesaggistica, che stereotipa la natura come un perenne luogo ideale – si pensi che il Vesuvio è ritratto da Warhol in eruzione.
Un’altra possibile chiave di lettura umoristica è rintracciabile in alcune opere del genio della Pop Art che sembrano denunciare un vuoto quasi metafisico dietro i colori della società consumistica: si pensi alla serie intitolata Eletric Chair, nella quale l’ambientazione cupa e il soggetto richiamano con forza l’idea della morte e della vanità celate dall’esuberanza cromatica del mondo pop.

Sono certo che guardandomi allo specchio non vedrei nulla. La gente dice sempre che sono uno specchio, e se uno specchio si guarda allo specchio che cosa può trovarci?”

La mostra si chiude dunque emblematicamente con un ultimo ritratto di Marilyn affiancato da una citazione che sembra voler sottolineare al visitatore la profondità di un  grande artista, che ha saputo interpretare e permeare in tutti i suoi aspetti la nascente società dei consumi, e che troppo spesso è stato banalmente minimizzato come superficiale e vanesio.

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Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla in Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio.”

Danilo Iannelli

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