L’integrazione procede a meraviglia

Negli ultimi giorni mi è accaduto di dover utilizzare la metropolitana molto più di quanto io desideri fare. L’incontro quotidiano con la variegata umanità che popola i vagoni attempati e malfunzionanti della metro romana mi ha riportato alla mente un episodio occorsomi ormai due anni or sono, del quale non posso far a meno di raccontare.

Accadeva che, non appagata da uno pneumatico forato giusto una settimana prima, la mia automobile,  nata in una notte di luna piena nel laboratorio di uno scienziato sadico, decise di fare harakiri. Mentre un eterogeneo pool di meccanici, esorcisti e inviati di “Mistero” tentavano di scoprire cosa avesse, fui costretto a cestinare le mie mattinate sui mezzi pubblici.

Nell’attesa del 671, autobus leggendario avvistato con la stessa frequenza del mostro di Loch Ness, passarono di fronte a me: Godot, Juncker sobrio, la cometa di Halley, Irene Grandi, un Pokémon starter shiny, una dichiarazione con i giusti tempi verbali di Di Maio, lo scudetto della Roma, un mio articolo dotato di senso compiuto. Mentre passeggiavo nervosamente appellando in maniera poco rispettosa diverse entità terrene e non, venni intercettato da una donna sui trent’anni: capelli biondi spettinati, incarnato pallido ed emaciato, occhi velati e iniettati di sangue che fanno da cornice a una pupilla ridotta a uno spillo. Anni di esperienza non mi furono sufficienti a evitare il banale errore di incrociare il suo sguardo. Lei si aggrappò con tutte le sue forze a quel breve contatto visivo, aprendo una breccia nella mia tardiva indifferenza con poche parole frettolose prima che io avessi la lucidità di guardare con decisione altrove, di abbassare gli occhi con fare perentorio sul cellulare o di simulare uno svenimento.

“Per favore, dammi una mano tu, la gente è cattiva.”
La gente è cattiva, giuro.
“Anche io sono gente, in teoria”, risposi. Sì, c’era il corsivo, si sentiva.
“Sì, ma tu mi hai guardato.”
“Purtroppo faccio ancora la stupidaggine di camminare con gli occhi aperti, sono incorreggibile.”
“Ti prego, aiutami. Devo tornare a casa e non ho i soldi per il treno, mi hanno rubato il portafoglio, mi hanno ciucciato il bancomat…”
“Come hanno fatto a ciucciarti il bancomat?”. Sì, c’era il corsivo anche qui.
“Non lo so, loro sono bravissimi.”
“Loro chi? La banda di Top Cat? I massoni del Delaware? I nazisti dell’Illinois? I rettiliani?
“Loro… Loro.”
“L’ultima che mi aveva chiesto i soldi per l’eroina a Termini era stata più fantasiosa. Almeno lei mi aveva parlato anche di uno stupro, dei suoi che l’avevano cacciata fuori di casa… E comunque fidati, sei tu che potresti fare la carità a me.”
“Ma quale eroina, io…”


Si interruppe, lo sguardo perso nel vuoto. Ne approfittai per salutarla rapidamente e riprendere a passeggiare su e giù. Giusto il tempo di due passi e mi fermò una donna di etnia rom, pantaloni laceri e cappello in mano per le elemosina d’ordinanza. Stavo già per dire anche a lei di non avere denaro quando mi domandò, con fare incuriosito:
“Ma chi era?”
“Boh, una che mi ha chiesto soldi.”
“Drogati! Che rabbia! Ma perché non vanno a lavorare!”, sbottò, e si sedette su un gradino, troppo irritata anche per chiedermi qualche spicciolo.
L’integrazione procede a meraviglia.

Paolo Palladino

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