Alcune parole intorno a una cena, all’umiltà e alla superbia

Qualche tempo fa, dopo un’infernale sequenza di rinvii dovuti a cause eterogenee, io e uno dei miei amici più cari siamo riusciti a organizzare una cena, un momento conviviale durante il quale poter finalmente continuare a tessere le tante trame dei nostri singolari discorsi.

La confessione dalla natura strettamente intimistica non rientra tra le forme testuali da me predilette: di solito, quando mi dedico alla stesura di un articolo contenente ciò che vorrebbe somigliare a una tesi, preferisco evitare lo spunto altamente personale e l’intrusione dell’io. Alle volte, però, l’esperienza diretta si fa tanto latrice di riflessioni, che risulterebbe scorretto – quasi un torto deformante – ritoccarla sino ad annullarne completamente i tratti.

Ecco, dunque, il motivo per cui in questo caso mi è impossibile rinunciare allo spunto costituito da una cena tra amici che non si vedevano da un po’: l’origine delle modeste considerazioni che mi accingo a esporre presenta un’irrinunciabile natura socratica, qualcosa che richiama un antico dialogo platonico.

La serata sta ormai volgendo al proprio termine. L’amico, che frequenta il conservatorio e suona (brillantemente, aggiungerei, pur consapevole di risultare poco credibile) il flauto, mi racconta alcuni aneddoti riguardanti le asperità che proprio negli ultimi mesi hanno cominciato a turbare le sue giornate. Si abbandona a una meditazione tanto rassegnata quanto disperata: perché alcuni, sia all’interno  del conservatorio sia in qualsiasi altro luogo, non riescono a capacitarsi di sé? Perché alcuni, prosperando nella più totale mancanza di auto-coscienza, hanno addirittura l’ardore di tentare imprese prive di qualsiasi strutturazione logica e condivisibile? Da dove proviene un’ingenuità tanto profonda quanto deleteria? Che cosa origina una simile forma di sciocca inconsapevolezza e vano agire?


Superbia. Ecco la parola che l’amico sceglie per placare la sua carrellata di dolorosi interrogativi. Chi pecca di superbia, agli occhi di un attento scrutatore, non può che risultare uno scemo dagli occhi bendati. La superbia, poi, non può che palesarsi come lampante assenza di umiltà: nessun dubbio, in tal senso. Più complesso, invece, è definire che cosa sia la superbia e che cosa sia l’umiltà. Proprio a tale compito io e l’amico, quella sera, decidiamo di dedicare una parte delle nostre parole. Proprio a tale compito, con queste righe, voglio invitare chiunque stia leggendo.

Cominciare dall’etimolgia, per due studenti dediti alle materie umanistiche (aggettivo che, non lo nascondo, i media e i loro predicozzi sul “mercato del lavoro” hanno reso odioso), è quasi un obbligo. Riflettiamo, allora, sull’origine delle due parole. Il termine “superbia” è legato all’aggettivo latino “superbus, a, um”, che secondo le informazioni reperibili attraverso la Treccani si configura come un derivato della parola “super”, ossia “sopra”. Il termine “umiltà”, invece, possiede un’origine ben diversa: rampolla, infatti, dalla parola latina “humus”, che significa “terra”, e l’aggettivo “umile” indica propriamente qualcosa di poco elevato da terra.

Ebbene, da simili presupposti, diverse sono le visioni che io e l’amico abbiamo partorito: diverse, ma sostanzialmente convergenti verso la medesima conclusione e il medesimo monito.

Secondo l’amico, l’umiltà sarebbe propria dell’individuo che si fa simile alla terra, cioè fecondo. Pertanto l’essere umili starebbe nell’assumere un atteggiamento capace di accogliere e far germogliare: il presupposto essenziale rispetto a qualsiasi forma di crescita e prosperità. Per converso, la superbia si configurerebbe come la più tragica delle aridità: monolitica nella propria durezza, massima espressione del nulla che rimane nulla.

Io, pur non potendo evitare di condividere le osservazioni appena esposte, ho proposto delle immagini piuttosto diverse: l’umiltà, infatti, dovrebbe essere rintracciata nell’affondare i propri piedi nella terra. All’interno del linguaggio più quotidiano non è forse diffusa, come invito alla modestia, l’espressione “mantenere i piedi per terra”? Ebbene, proprio nella semplicità di tali parole si troverebbe l’umiltà. Perché? Perché soltanto quando, i piedi fissi sul terreno, si osserva ciò che ci circonda tramite una prospettiva derivante da un atto di contatto immergente è possibile studiare, capire, conoscere: dunque, cogliere i frutti dell’umiltà. Per converso, la superbia starebbe in un paio di occhi che attorno a sé scorgono solamente, ben al di sopra della coltre di nubi tipica della troposfera, un cielo terso, quindi indifferenziato.

Sotto agli strati di pittura con i quali sono stati modellati i due dipinti descritti, però, è chiara la presenza di un disegno preparatorio comune. Sia a me sia all’amico, infatti, è parso evidente che nel discorso inerente alla superbia e all’umiltà non potesse essere escluso il concetto di limite. Anzi: è proprio il concetto di limite ciò che sta alla base della radicale divergenza sussistente tra umiltà e superbia. L’umiltà non può che essere visione e coscienza del limite capace di permettere a qualsiasi individuo di procedere oltre – o, quantomeno, di non coprirsi della fama di sciocco -; la superbia, invece, non può che essere improduttiva cecità dinanzi al limite: per certi versi, pur con le dovute distanze culturali e temporali, quanto si può osservare nel celeberrimo mito di Icaro.

Ecco, allora, un monito. Meglio assumere il costume dell’umile: la consapevolezza del limite è ciò che consente di oltrepassare il limite stesso. È miglioramento, è ampliamento, è crescita: è, dunque, conoscenza. E la conoscenza, per chiunque, in quanto tensione verso il vero, dovrebbe essere una meta costante.

Francesco Formigari

 

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