Lo chiamavano enfant prodige

All’ultimo festival di Toronto è stato presentato “The Death and Life of John Donovan”, settimo film del regista canadese Xavier Dolan. Classe 1989, è al suo settimo film.

Esordisce a diciannove anni con “J’ai tué ma mère”, dove dimostra anche le sue encomiabili doti di attore. I tratti distintivi del giovane regista sono già tutti lì. Dai controversi rapporti familiari, con un occhio di riguardo a quello madre – figlio, all’originale estetica pop.

In questa sua opera prima manifesta una padronanza tecnica incredibile, che andrà a perfezionarsi sempre di più nei film successivi.

Il 2010 è l’anno di “Les amours imaginaires”, sempre con Dolan protagonista. Forse l’unico film in cui l’estetica prende il sopravvento sulla narrazione, pur rimanendo un’opera di tutto rispetto.


Ma è nel 2012 che il ragazzo di Montréal centra il suo primo capolavoro: Laurence Anyways.

laurence anyways

Il film più lungo, più estremo, poetico e colorato. Come in Pollock, artista amato da Dolan, il colore, sparato in faccia allo spettatore in ogni inquadratura, diventa componente fondamentale del suo stile visionario. “Laurence Anyways” è ipnotico, a tal punto che, a fronte delle sue quasi tre ore, vola via come se durasse dieci minuti.

L’anno successivo, nel 2013, esce un film molto particolare: “Tom à la ferme”. Un thriller inquietante, che fonde l’amore del regista per il ricercare sempre soluzioni visive originali per descrivere la realtà con la suspense alla Hitchcock. Dimostra quindi, al suo quarto film in cinque anni, una maturazione notevole, quasi miracolosa, che si concretizza in un film teso, cupo e atipico rispetto ai suoi lavori precedenti.

Il 2014, però, segna l’ingresso definitivo di Dolan nella storia del Cinema. Quell’anno infatti “Mommy” vince il Premio della Giuria al festival di Cannes e ci regala una delle scene più belle degli ultimi anni. La sua particolarità sta nell’utilizzo geniale del formato 1:1, simile a quello di un video girato con il cellulare in verticale per intenderci. In due particolari momenti il formato si allargherà, adattandosi al più consueto 1,85:1, per poi tornare al claustrofobico 1:1. Di questo film si dovrebbe parlare per ore, quindi non si può fare altro che consigliarlo spassionatamente.

Mommy

Con “È solo la fine del mondo” (2016) arriva la conferma, come se ce ne fosse ancora bisogno, del suo immenso talento. Per la prima volta si cimenta con attori dalla fama internazionale, come Vincent Cassel, Marion Cotillard e Léa Seydoux, senza perdere però il suo stile. Un kammerspiel moderno che si pone automaticamente tra i nuovi classici del genere come “Carnage” e “Hateful Eight”.

In conclusione, Dolan è un autore straordinario, un’artista eclettico che nell’elaborazione dei propri film cura in prima persona la sceneggiatura, il montaggio, i costumi, la produzione, la colonna sonora e ovviamente la regia, oltre a recitare spesso e volentieri.

Il suo è un modo di fare cinema spontaneo, quasi maniacale nella ricerca della perfezione visiva, mai fine a sé stessa. È un poeta dell’immagine, sempre esteticamente ricercata, ma senza presunzione, con l’obiettivo di muovere qualcosa nell’animo dello spettatore.

Lo chiamavano enfant prodige, appunto, perché a 27 anni e con 6 film all’attivo Dolan è semplicemente uno dei registi più talentuosi del XXI secolo.

Claudio Antonio De Angelis

 

 

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