Halloween e Varanasi: pensieri sulla morte

Agosto 2018. Dopo Delhi, Agra e Khajuraho, arriviamo nel cuore della spiritualità, sacralità e civiltà indiana: Varanasi. Avevo sentito dire che Varanasi è uno di quei posti del quale ti innamori o che finisci per odiare. Tutto succede sotto gli occhi di tutti ma capire il significato di quello che si vede è tutto un altro paio di maniche.

Un giorno qualunque della settimana, andiamo ad assistere a un rito crematorio sulle sponde del fiume sacro Gange, in pieno centro città, nessuna separazione o segretezza. C’è tanta gente sui gradini del Ghat, nessuno piange. Moltissimi colori, soprattutto colori caldi. Molte ghirlande, tessuti e fiori. E c’è anche odore di carne che brucia, un odore che sono abituata a sentire solo ai barbecue. È il tramonto in periodo di monsoni, e tra il fuoco delle pire e l’umidità dell’aria il corpo non è più molto sicuro di come si sente. Le persone sono lì per motivi diversi. Ci sono dei turisti e dei curiosi come noi. Ci sono i parenti delle vittime, tutti uomini perché le donne non sono ammesse per non rischiare che i loro pianti impediscano alle anime di separarsi serenamente dalla vita. Ci sono i venditori di legna che da secoli procurano il materiale per le pire dei morti, e coloro che si occupano di tagliare i capelli dei parenti del defunto. Ci sono gli intoccabili, perennemente con il sedere basso e con la schiena piegata, che si occupano di bruciare i morti, preparali per l’ultimo viaggio della loro vita, ripulire quel che rimane. Ci sono tanti locali che in cambio di qualche rupia si offrono di spiegare agli stranieri più o meno atterriti cosa stia succedendo sulle rive di quel fiume. Noi ne troviamo uno singolare, uno che non si vuol far pagare perché “voi fareste lo stesso se ci incontrassimo in Italia e io assistessi ad un rito della vostra religione che non capisco”. E poi ci sono i protagonisti di quel rito, i morti, tanti, plastici, addobbati a festa, solenni, sereni, silenziosamente presenti.

Il Gange attraversa il cuore pulsante dell’India, l’Uttar Pradesh, ed è considerato un fiume sacro da parte degli induisti. Agli occhi di un induista morire così vicino al Gange, o esserci cremato, rappresenta la migliore opportunità per la propria anima di lasciare questa terra in pace. Ma è chiaro che persino agli occhi degli altri morire in questo posto conferisce alla morte una profonda dignità perché le persone non la allontanano ma al contrario tendono a immergercisi per celebrare la fine di un viaggio.
In occidente, la morte è un mistero con cui facciamo fatica a convivere perché rappresenta la negazione della vita. Finché possiamo, allontaniamo il pensiero da lei. E quando la incrociamo nella vita, la nascondiamo ai bambini, la releghiamo nella sfera della nostra intimità, ci mascheriamo dietro frasi fatte, ne prendiamo le distanze il più possibile. E per questo soffriamo, molto più del necessario. Ma la morte rappresenta o potrebbe rappresentare un modo incredibile per capire la vita. Non solo perché ne rappresenta il limite ultimo ma anche perché la riflette. Non tutte le morti sono uguali, così come non tutte le vite sono uguali.
Il fotografo Stephen Dupont ha esplorato il tema della morte sotto varie luci. Per vent’anni di lavoro ha fatto da testimone a morti violente, causate da conflitti e malattie, e, rimasto traumatizzato dalla durezza di questo tipo di morte, ha deciso poi di approdare a Varanasi, nella speranza di riuscire ad attribuire a questo mistero un significato più delicato di quello di una cesura traumatica e senza senso che ha fatto da protagonista ai lavori di una vita. E a Varanasi ha scoperto come la morte possa essere diversa, meno traumatica, più naturale, e quindi accettabile. La perdita di una persona cara o la nostra fine che si avvicina sono degli eventi che ci scuotono nel profondo e il distacco non può che essere un evento difficile da affrontare. Ma la maniera in cui lo affrontiamo, la durata di questo processo e la cicatrice che ci porteremo dietro possono essere profondamente diverse e avere un impatto più o meno positivo su ognuno di noi. Questo dipende da quanto durante la nostra vita siamo stati capaci di giocare col concetto della morte, di misurarci con lei, di non respingerla, di comprenderla. Siamo abituati a pensarci come vittime della morte, siamo abituati a vederla come nemica, teniamo vita e morte nettamente separate nel vano tentativo di liberarcene e finiamo per vivere in balia della paura di morire.
E invece la morte potrebbe diventare nostra alleata e amica, aiutandoci a ridimensionarci, a non perdere tempo, ad amare la vita che ci permette di splendere. Sui gradini del Ghat funerario a Varanasi, ho respirato questo tipo di alleanza e di compresenza della vita e della morte che ballano alla luce del sole assieme, per strada, davanti a tutti.

Si viaggia, si studia e si ascolta non per copiare ciò che un altro popolo o un’altra persona ha scoperto essere il miglior modo per stare a questo mondo. Si viaggia, si studia e si ascolta per capire perché quel popolo o quella persona ha giudicato quello il modo migliore per stare al mondo. Per capire come è arrivato lì e se c’è qualche strumento che può essere utile anche a noi per trovare la nostra strada. Varanasi mi ha fatto capire che il mio modo di vedere la morte e il mio tentativo di renderla parte della mia vita non sono folli, ma anzi sani. Che va bene pensare che se è valsa la pena di vivere la vita, la morte non deve per forza far paura. O comunque, non soltanto paura. Che va bene soffrire dopo la perdita di una persona cara ma anche smettere di soffrire perché si è imparato ad accettare la morte come l’altra faccia della medaglia e si è stati capaci di trasformare un’assenza in presenza. Perché così è la morte: non assenza, ma presenza costante. A Varanasi ho visto la vita e la morte camminare a braccetto come due amiche e non ho potuto fare a meno di sentirmi estremamente in pace con la vita. E allora mi ricordo cosa significhi davvero viaggiare.


Francesca Di Biase


Foto di Stephen Dupont

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