Dormivamo nel profondo sonno leggeri,
quando buttarono giù la porta:
urla, ansia, terrore e sinistri pensieri,
erano il temibile Tenente e la sua malvagia scorta.
Ci rastrellarono compiacendosi con sguardi fieri e
presero l’ultimo nato senza convenevoli di sorta.

Il tanfo del diesel e dello pneumatico bruciato,
a tutta velocità verso delle canaglie la caserma,
l’interrogatorio al lume di quel filamento consumato,
ceffoni e legnate tali, da farci sgorgare sangue dal derma.

I mesi scorrevano con quella brutale ritualità,
vedevo scomparire uno ad uno i compagni di cella,
detenuti per aver bramato dell’Argentina la libertà
ed il cui sguardo ricercavo all’imbrunire in una stella.

Un giorno, all’alba: “In piedi! Ti attende un trasferimento!
Abbisogni di un vaccino!” mi pizzicò col tiopental la cefalica vena.
Nel ventre d’un ferroso falco attendevano il mio completo stordimento,
con le palpebre serrate, in lontananza, odoravo la lacustre arena.
A portello disserrato fui lanciato fra le braccia del vento
e sul Rio de la Plata il buio eterno incontrai pria della cena.

Luca Fiorentino

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