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Lavorando in ambito di salute mentale, capita spesso che qualcuno si rivolga a me parlandomi come se stessi combattendo per difendere gli unicorni del magico Paese di Arcobaland dall’attacco di un esercito di troll.

Non me la prendo con loro. Si tratta tipicamente di luoghi comuni legati alla percezione nei confronti della patologia mentale. È normale, purtroppo.

Il concetto di normalità tuttavia non implica l’accettazione.

“È normale che facendo certi lavori possa andare incontro a depressione. Fa parte del mestiere.”

Nella introduzione alla malattia neoplastica di ”Le Basi Patologiche Delle Malattie, Robbins”, uno dei testi di patologia generale più utilizzati lungo il percorso di formazione degli operatori sanitari, trovate questa frase:

”Il solo modo sicuro di evitare il cancro è quello di non nascere: vivere significa correre il rischio”

Questo a sottolineare come le neoplasie facciano parte della nostra natura, del modo in cui siamo fatti, del modo in cui il nostro organismo funziona.

È normale che possa venire il cancro.

Questo non significa che i tumori vadano per questo accettati passivamente.

La depressione è parte della carriera di un medico quanto la rottura di un legamento è parte di quella di uno sportivo, un colpo di arma da fuoco di quella di un militare, un trauma grave da incidente stradale di quella di un automobilista, la puntura con ago contaminato di quella di un infermiere, l’infarto cardiaco di quella di un broker, un trauma da caduta di quella di un operaio che lavora su un ponteggio, una pneumoconiosi lo è in quella di un minatore.

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Eppure solo quando si parla di salute mentale si parla di rischio da accettare in quanto “parte della professionale”, di criterio per la selezione naturale e così via.

Qui diventa evidente il fatto che ancora, magari inconsciamente, alla salute mentale non è ancora data la stessa dignità che viene attribuita alla salute fisica.

Sì, il rischio da stress e da problemi di salute mentale sono insiti nella professione, è vero. Ed è proprio per questo che dobbiamo intervenire su quelli che scopriamo essere gruppi a rischio.

Qualunque ambito professionale espone a specifici rischi. Non per questo si accetta il rischio e non si cerca di ridurlo al minimo. Come ridurre i “rischi normali” prima citati e diversi altri?

Cartellini, espulsioni e squalifiche, giacche antiproiettile, cinture di sicurezza, contenitori non perforabili e protocolli specifici, mascherine e dispositivi di ventilazione, ancoraggi ai ponteggi, postazioni di lavoro ergonomiche, scarpe anti-infortunistiche, caschi protettivi.

Per la depressione e per gli altri disturbi mentali, cosa facciamo?

Il fatto che possano esserci rischi legati ad una data professione non ci esula dalla responsabilità di capire la loro origine nel tentativo di ridurne l’impatto sulla salute dei lavoratori.

Esiste una branca della medicina che fa esattamente questo, ed è la medicina del lavoro.

Fabio Porru

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