Se uno dei pilastri centrali della campagna elettorale del Presidente degli Stati Uniti è stato proprio la lotta contro l’immigrazione illegale, quello che non poteva prevedere era la portata che in questi giorni il fenomeno avrebbe assunto.

Il 12 ottobre sono partiti dalla città di San Pedro Sula, Honduras, poco meno di 200 persone. In pochi giorni la carovana,che durante il suo passaggio tra Honduras e Guatemala ha raggiunto le quattromila persone, è giunta in Messico creando non poche pressioni a livello internazionale.

Trump ha subito affermato di aver già allertato l’esercito di frontiera e il taglio dei fondi per Guatemala, Honduras ed El Salvador. Intanto la situazione in Messico diventa sempre più confusa. Gli Stati Uniti cercano di far arginare il problema alle autorità messicane, le quali affrontano non poche difficoltà nella gestione di una simile ondata. Dal punto di vista umanitario la situazione sta diventando sempre più tragica:acqua e cibo scarseggiano.

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Moises Castillo/Associated Press

Perché partire con una carovana?

La paura di essere derubati e maltrattati dai trafficanti è alta fra coloro che decidono di intraprendere il viaggio. Partire con altre persone, creando appunto una carovana, non solo è più economico, ma anche più sicuro: respingere una persona è facile, respingere settemila no. Il tutto sembra essere nato da gruppi Whatsapp e passaparola.

A spingere questi migranti nel loro viaggio è la povertà in cui riversano nei loro paesi. L’Honduras è considerato il secondo paese più povero del mondo e il primo per quanto riguarda la violenza. L’80% della cocaina consumata negli Stati Uniti ed Europa passa per questo Stato. Muoversi a piedi è sconsigliato e ai semafori si consiglia di tenere i finestrini alzati dato l’alto tasso di criminalità. Paese con la più grande base statunitense dell’America Centrale ha visto non poche interferenze americane nella sua politica e storia.

Nelle prossime ore sapremo come Trump deciderà di affrontare questo dramma umanitario, ma siamo certi che le carovane non finiranno qui.

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La Presse

Jovana Kuzman

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