Yu Hua e la letteratura che dovreste assolutamente recuperare

È Yu Hua il vincitore del premio per la sezione Il Germoglio del premio Bottari Lattes Grinzane 2018. In occasione di questo avvenimento, l’autore ha inaugurato il 18 ottobre il suo Tour Letterario in Italia, che conta tra le tante tappe l’Università L’Orientale di Napoli, dove l’autore sarà presente venerdì 26 ottobre alle 16.00 in un incontro che avrà come temi le diverse fasi e la peculiarità della sua produzione letteraria.

Pur essendo uno scrittore molto famoso e rinomato, il nome di Yu Hua non dice quasi nulla al pubblico italiano e in effetti, di tutta la letteratura asiatica presente in Italia, la letteratura cinese non è così comune e diffusa.

Mettendo da parte la letteratura legata al mondo islamico e arabo, che ha raggiunto un picco di interesse negli ultimi anni, complici soprattutto gli avvenimenti politici e di cronaca degli ultimi anni, la letteratura asiatica che domina gli scaffali delle librerie è indubbiamente quella giapponese, con un Haruki Murakami che ha raggiunto la pienissima fama in Italia come all’estero e che conta almeno una ventina di opere tradotte in italiano.

La letteratura cinese invece appare timidamente, con poche opere e pochi scrittori conosciuti, come appunto Yu Hua.


Yu Hua nasce nel 1960 ad Hangzhou, una delle incantevoli città cinesi che conservano il classico fascino di una Cina più antica, imperiale, costruita sulla foce del fiume Qiantang, sul delta del Fiume Azzurro.

In quanto nato all’inizio degli anni ’60, cresce in un periodo molto difficile e pericoloso della storia della Cina: la Rivoluzione Culturale.

Lanciata da Mao, questa esortava gli studenti a ribellarsi ai nemici del regime e distruggere definitivamente i “tre vecchiumi”, simboleggiati dagli antichi edifici, dalle statue religiose e persino dai cimeli di famiglia tramandati di generazione in generazione.

Nascono in questo periodo le Guardie Rosse, manipoli di studenti non solo delle scuole superiori ma anche delle medie, giovanissimi allievi del pensiero unico di Mao, raccolto nel famoso libretto rosso e recitato da questi e dai cinesi del periodo come fosse un vangelo.

Sono moltissimi coloro che vengono accusati di essere piccolo-borghesi nemici del partito, e questi giovani soldati sono capaci di scatenare il loro potere rivoluzionario con una violenza tale che, ad un certo punto, sarà lo stesso Mao a fare un passo indietro e sedare le guardie rosse con l’aiuto dei militari.

Tra le vittime predilette della Rivoluzione Culturale ci sono uomini e donne di cultura come scienziati, professori, medici.

Gli stessi genitori di Yu Hua, come ci racconta in “La Cina in Dieci Parole” (Feltrinelli, 2010), hanno rischiato di essere accusati e diventare vittime.

Questo pezzo di storia particolarmente truce della Cina, e più in generale la storia della Cina sotto Mao e il Partito Comunista Cinese, è un tema molto comune tra gli scrittori cinesi contemporanei, che si servono di vicende di personaggi fittizi per rappresentare la sofferenza del popolo cinese in questo periodo.

Delle parabole storiche, queste, che servono a criticare quasi indirettamente l’operato del Partito, che aveva fatto grandi promesse di libertà dopo il periodo buio della Rivoluzione Culturale che sono state quasi tutte immancabilmente disattese, creando un disappunto che è culminato poi con le vicende di Piazza Tienanmen del 1989.

Per questa tendenza critica, la letteratura seria cinese (chiamata così per distinguerla da quella commerciale) è stata tacciata di nichilismo storico dal PCC poiché critica il regime, evidenziandone gli elementi contraddittori. Ma in un’epoca in cui lo scrittore non è più un educatore delle masse, questo processo, questa critica “velata” è molto importante, e lo vediamo nella produzione letteraria di Yu Hua.

Dopo un primo periodo dedicato alla sperimentazione letteraria, in cui scrive opere che si ispirano al modernismo europeo – in particolar modo Kafka – passa ad una letteratura più storica, a cominciare da Vivere del 1992, passando per Cronache di un Venditore di Sangue (1995) e Brothers (2005), fino a Il Settimo Giorno (2013), libro che si è aggiudicato il premio Bottari Lattes.

Il Settimo Giorno è un riferimento ad una credenza della tradizione cinese per la quale l’anima del defunto resta vicina ai suoi cari per sette giorni dopo la morte, periodo in cui la famiglia si dedica ad onorare il defunto e a dargli degna sepoltura.

Il protagonista è proprio il morto, Yang Fei, morto per un incidente avvenuto in cucina, un caso di cattiva manutenzione come se ne vedono spesso in Cina. Durante questi sette giorni Yang Fei ripercorrerà la sua vita terrena, accompagnato da affetti dimenticati in vita e sconosciuti che gli racconteranno della loro esistenza in un Aldiquà che si configura come il vero inferno.

Il libro è una critica alla società odierna cinese, un treno che corre verso il progresso ad una velocità che non tutti riescono a sostenere, e chi non ce la fa ne resta vittima.

Nonostante questo e nonostante la sua ambientazione e trama, l’opera, come dice la prof.ssa Sabattini nella sua recensione, è un inno alla vita, poiché nella morte questi personaggi ne riscoprono i veri valori, come il senso di comunità e l’aiuto reciproco.

È un messaggio quindi positivo, qualcosa che non si trova così facilmente nelle sue opere, dove regnano di solito il grottesco, la violenza forte e cruenta e l’ironia amara.

Ironici e anche divertenti sono, ad esempio, gli episodi che egli riporta in La Cina in Dieci Parole, saggio del 2010 che gli venne quasi commissionato per conoscere quale fosse il suo punto di vista sulla Cina moderna. In esso racconta molti aneddoti della sua infanzia, come quella volta che da ragazzino cercava dei libri da leggere che non fossero il Libretto Rosso e pensava di averlo trovato quando trova un suo coetaneo che gli dice di aver visto su un alto mobile un libro dalla copertina grigia. Si affannano tantissimo per recuperare questo libro per poi scoprire che si tratta solo di una copia molto impolverata del libretto rosso.

È un aneddoto divertente, ma ad una analisi più profonda ci troviamo davanti a un’epoca in cui la censura dei libri era diventata talmente stretta che le famiglie cinesi in casa avevano un solo libro, una raccolta dei pensieri di mao, tutto il resto arrivava per contrabbando e il contrabbando di libri era molto rischioso, poiché se scoperto poteva portare una famiglia a fare autocritica e quindi, spesso, a morire.

Di estrema violenza è anche Brothers, romanzo del 2005 che è la prima di due parti di un racconto incentrato sulla vita di due bambini, fratelli per via del matrimonio tra i due genitori vedovi, che diventano fratelli nel senso più intimo e familiare.

Attraverso gli occhi dei due bambini è raccontata la vicenda non solo della loro famiglia, ma del loro intero villaggio, Liuzhen, che cambia di pari passo con il resto della Cina, partendo dal primo periodo comunista fino all’epoca di Deng Xiaoping.

È un’opera violenta e al contempo commovente, dove Yu Hua ci dona una bellissima storia d’amore,  una famiglia felice, due bambini e le gioie di una infanzia spensierata, per poi strapparci via tutto, come uno schiaffo in piena faccia.

Ricordo che leggendolo, la prima metà è stata una vera e propria fiaba: una giovane sposina sfortunata, Li Lan, dopo aver perso suo marito in un increscioso incidente, incontra il suo principe azzurro, Song Fanping (ricordatevelo perché so che arriverete a urlare il suo nome esattamente come fa Li Lan e come faccio io da un anno a questa parte). I due una volta rimasti vedovi e con a carico due bambini molto piccoli, si innamorano e mettono su una nuova famiglia, in barba alle maldicenze e alle credenze che i paesani hanno riguardo alle donne che si sposano due volte.

I due bambini diventano inseparabili, l’uno l’ombra dell’altro, fratelli a tutti gli effetti in una famiglia piena di amore e risate.

E poi? E poi arriva la Rivoluzione Culturale.

I suoi risultati sono devastanti su Liuzhen, intere famiglie vengono completamente distrutte, non ci si può più fidare di nessuno e anche chi viene acclamato come eroe della Rivoluzione può ritrovarsi imprigionato dalle Guardie Rosse e picchiato senza sosta notte e giorno.

Tutto ciò ci viene descritto da Yu Hua con una crudezza quasi scioccante, non ci vengono risparmiati nemmeno i minimi dettagli ma è una descrizione forte, che riesce a imprimerci bene dentro una sorta di riflesso incondizionato, un brivido di freddo, un terrore improvviso non appena udiamo l’espressione “Rivoluzione Culturale”, come un Pavlov cinese, dove noi siamo i suoi cani.

Se la trama vi ha almeno un po’ incuriosito, vi incito caldamente a leggere Brothers e a recuperare un po’ di opere di Yu Hua, che merita molta più fama di quanta ne abbia qui in Italia, e in generale di approcciarvi alla letteratura cinese contemporanea che personalmente trovo una miniera d’oro (o di giada) troppo bella e ricca per essere ignorata.

Annabella Barbato


Se avrete più fortuna di me, vi consiglio di partecipare agli eventi con l’autore stesso, di cui posto il calendario qui sotto:

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