Le Samouraï: Delon felino nel noir culto di Melville

Nel 1967 il cinema europeo sta attraversando ancora il suo periodo d’oro prima delle contestazioni che lo avrebbero reso più inquieto, scalfito da un pessimismo diffuso e penetrante.

L’impegno e lo sguardo verso il mondo sono ancora essenziali per quest’arte narrativa e che sente nuove vibrazioni sperimentali nell’aria. Fatto sta che molti altri auteurs preferiscono l’ascetismo e l’asciuttezza della trama alle nuove frequenze su cui più giovani registi sembrano sintonizzarsi.

Se si ama Bresson è difficile abbandonare il proprio rigore stilistico: lo sapeva bene Jean-Pierre Melville (1917-1973) che era cresciuto avendo in mente film come Un condannato a morte è fuggito o Pickpocket. Il suo amore per la gestualità minimale, secca, il movimento schietto della camera si coniuga con la fascinazione per il noir americano degli anni ‘40.

Questo spiego come mai lui sia diventato il maestro del polar, genere noir francese dove trama poliziesca diventa anche racconto esistenziale in senso più marcato.

Nella sua galleria di personaggi emblematici un posto nel cuore del pubblico non può non occuparlo Jef Costello, reso in italiano come Frank e con il volto di Alain Delon.

Jef è protagonista di Le Samouraï, ispirato al romanzo The Ronin di Goan McLeod, film dove Delon, immerso in una Parigi notturna e sulfurea, è ingaggiato per uccidere il proprietario di un night. Il suo alibi è di ferro anche per l’aiuto di Jane, sua amante ed interpretata dalla ex-moglie di Delon, Nathalie.

Questo però non è abbastanza per convincere il commissario (François Périer) nè a fermare i suoi vecchi mandanti dal prenderlo di mira. La fine sarà catartica e ricercata.

La precisione narrativa di Melville e la presenza magnetica di Delon fecero il segno supportati dal direttore della fotografia Henri Decaë e la scenografia di François de Lamothe. Quest’ultimo fu un eroe del film non solo per aver creato dei luoghi iconici come l’antro spartano del protagonista ma anche per aver ricostruito il set in sole due settimane dopo un disastroso incendio il 29 giugno 1967 all’interno degli studi Jenner, ch’erano molto cari a Melville.

Il film, emblematico per la sua epoca, portò ancor di più Delon ad essere visto come un simbolo di stile maschile coi suoi trench, i suoi Fedora, il suo sguardo magnetico e freddo al contempo.

Lo stile di Melville è una lezione di sintesi, limpidezza narrativa, senso di proporzione tra immagini dominanti e dialoghi essenziali. Proiettato a Roma in occasione della Festa del Cinema, il film è un appuntamento immancabile per chi ami i grandi anni sessanta ed il loro cinema.

Antonio Canzoniere

Rispondi