1000 km in bici in solitaria – Episodio 2

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35-185 km

Alla fine della prima faticosa giornata, come scrivevo nel primo articolo, pensavo di addormentarmi nel cuore di un villaggio senz’anima viva. Nella sala d’attesa della stazione nella quale mi apprestavo a dormire, la tabella oraria indicava che il treno che collegava Oslo a Bergen sarebbe passato una sola volta, in direzione della capitale, verso l’una di notte e che quello nell’altro senso si sarebbe fermato poco dopo le 4. Credetti che questi treni rappresentassero l’unica opportunità di incontrare altre persone da quando ero partito. Opportunità che non tardò ad arrivare, ma dalla pista anziché dai binari.

Infatti, prima che mi addormentassi, una ciclista doppiamente più munita di me apparse davanti alla hall.

Questa signora di cui ho scordato il nome, come succede con tutti coloro che non me lo ripetono almeno 5 volte, era svizzera e doveva avere intorno ai sessant’anni. Lei aveva quasi finito mentre io avevo appena iniziato: non parlo della vita ma dei nostri rispettivi viaggi. Lei era partita da Amsterdam un mese prima con destinazione Bergen, a un centinaio di km di distanza: il fatto che i nostri cammini si fossero incrociati in un luogo così poco frequentato era una felice coincidenza, per lei perché dopo il racconto della mia giornata decise di prendere il treno per non vivere il mio stesso calvario il giorno successivo, e per me perché la signora, dopo aver fatto bollire dell’acqua, mi propose di condividere un ramen al curry, gnam!


Questa convivenza però fu tanto breve quanto insolita; infatti, verso le quattro del mattino, il treno rosso della NSB interruppe il silenzio di una notte non più buia di un fine giornata tempestoso. Mi alzai per salutarla e una volta che fu salita guadai il treno e i suoi passeggeri, sbalordito nel vedere me e la mia bici sulla banchina di quella stazione sperduta. Era lo stesso treno con cui, sei mesi prima, ero arrivato dalla Francia: avevo vissuto solo poche ore in quel paese, attraversando paesaggi di ghiaccio, e non avevo ancora idea di quanto mi avrebbe apportato nei mesi successivi. Sicuramente non potevo immaginare che un semestre più tardi sarei stato solo, su una bicicletta, su quella banchina.

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Arriviamo così alla mattina del 13 giugno: in questo periodo e in questa latitudine la notte non si veste più di nero. Inoltre, dal momento che ero sveglio e che la visibilità era sufficiente per partire, non mi rimisi a dormire. Dopo una toeletta, veloce perché l’acqua del ruscello era gelida, caricai la mia bicicletta e mi misi in marcia. La signora svizzera la sera prima mi aveva parlato di una lunga discesa, sgombra, per raggiungere una strada e, di conseguenza, la civiltà. Ero più motivato che mai. La pista seguiva per un tratto i binari per poi separarsene: la discesa si rivelò gradevole, il tempo era bello, i paesaggi mozzafiato come sempre e il rilievo mi permetteva di apprezzarli a pieno. Dopo aver percorso 50 km la pendenza si esaurì per immettersi nella strada promessa. La gioia di trovare l’asfalto fu paradossale, per uno che aveva sete d’avventura. Era il momento di fare colazione, ma purtroppo il mio zaino conteneva solo un pacchetto asciutto quanto l’uva al suo interno. Mi sbrigai quindi a raggiungere l’agglomerato più vicino, che la mappa annunciava a 20 km da lì. Stavo per partire senza salutare la montagna quando un pezzo di roccia si staccò, causando un fracasso impressionante che mi fece voltare un’ultima volta: questo gesto della natura mi ricordò che quelle ultime 24 ore erano state le più selvagge della mia vita.

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Il ritorno in un ambiente dove le minacce principali hanno dei nomi e guidano delle macchine fu progressivo: la strada non era molto frequentata a quell’ora del mattino. Arrivai nel villaggio nell’ora in cui questo si stava risvegliando. Al margine della strada i bambini aspettavano l’autobus. Le attività commerciali stavano giusto riaprendo ed io trovai un forno per fare una copiosa colazione: una volta che il mio cellulare fu carico andai a fare spesa per procurarmi i seguenti due pasti. Avrei seguito questo programma tutti i giorni successivi: pedalare direttamente fino alla città seguente dove avrei fatto colazione e comprato il necessario per i pasti della giornata. Ero felice, avevo già percorso 70 km e avevo ancora tutta la giornata davanti a me.

La giornata trascorse a meraviglia, il tempo era bello, così restai sulla strada per salire due colli prima di mezzanotte. Durante la mia pausa pasto in un’area pic-nic al margine della strada, dei giovani olandesi mi offrirono della pasta e del muesli. La giornata finì com’era cominciata, una lunga discesa su una pista ma, stavolta, attraverso una foresta. Il pubblico si riunì numeroso alla fine di questa tappa, peccato fosse composto unicamente da pecore. Trovai un camping dove passare la notte e mi installai con la mia amaca, mentre il cielo si copriva: il gestore del camping mi avvertì che se si fosse messo a piovere durante la notte avrei potuto rifugiarmi in un bungalow libero e dormire sul divano. È ciò che successe quando, dopo due ore di sonno, la pioggia cominciò a cadere. Me ne andai a dormire all’asciutto, senza sapere che l’indomani sarebbe stato il giorno più umido di tutto il viaggio.

Tom Forest
Traduzione di Eleonora Valente

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