Attack!

1985.

Partita inaugurale del Torneo delle 4 nazioni. Ad affrontarsi ci sono le nazionali di pallavolo di Giappone e Cecoslovacchia. Il palazzetto gremito ed entusiasta incita a gran voce la giocatrice con il numero 7, che si appresta al servizio. Nel volto della giocatrice tutto il nervosismo di chi sa di non dover sprecare tutti i sacrifici fatti, di dover dare il massimo per riuscire a coronare il suo sogno: partecipare alle Olimpiadi di Seul del 1988. La strada è ancora lunga e per raggiungerla bisogna fare un passo alla volta, cominciando da quello che porta alla prima battuta di questa partita. Una rincorsa lunga per poter avere la forza necessaria per saltare e impattare con la mano il pallone. Lo sforzo è tale che necessita di un verso, come fanno i tennisti quando colpiscono con la raccheta la pallina. Il verso della giocatrice numero 7 non è un gemito o un suono sconclusionato, ma assomiglia a un mantra o una parola scaramantica che risuona per tutto il palazzetto: ATTACK!

Ecco ora ve lo posso dire, la partita descritta si è giocata solo nella fantasia di Shinzo Akaede e Jun Makimura e il nome della futura campionessa di pallavolo con la maglia numero 7 è Mila Hazuki. Vi ho appena descritto la scena finale del cartone animato “Mila e Shiro due cuori nella pallavolo”.
In Italia il cartone arriva più tardi (1986), ma quei 58 episodi terranno incollati davanti al televisore intere generazioni di bambini e adolescenti, che passeranno le loro ore di educazione fisica a scimmiottare le gesta della protagonista dai capelli color carota.
Per alcuni di loro la passione per questo sport trasmessa dal cartone si è trasformata nel loro lavoro e ora ricevono lo stesso tifo che da piccoli riservavano per Mila Hazuki o Kaori Takigawa (la ragazza dai capelli rossi, miglior talento nipponico nel ruolo di palleggiatrice) o Nami Hayase (la ragazza dai capelli blu, prima nemica o poi amica di Mila, difensore centrale. Aveva un allenatore severissimo).

Dopo quasi 30 anni gli occhi tricolori sono di nuovo rivolti a un palazzetto giapponese. 16, invece, sono gli anni di attesa passati (era il 2002, l’Italia del C.T. Bonitta e di giocatrici come Elisa Togut, Eleonora Lo Bianco e Francesca Piccinini trionfa in Germania. Vincere in casa dei crucchi è nel nostro DNA sportivo) per rivedere la nazionale italiana di pallavolo femminile sul podio mondiale. Non è il gradino più alto, guadagnato meritatamente dalla Serbia (nazionale reduce da un argento alle Olimpiadi di Rio 2016 e vincitrice dell’ultimo europeo), ma comunque è un secondo posto che ha molte sfumature di vittoria. Quest’articolo, però, non è un elogio agli intenti o una celebrazione del secondo posto, ma serve a ribadire che questa nazionale l’oro lo ha vinto. Ok, non un oro puro (quello è andato alle giocatrici serbe), ma un oro bianco dalla caratura maggiore dell’argento.

Durante la rassegna mondiale, la nazionale italiana ha dimostrato tutto il suo potenziale, compiendo un cammino quasi perfetto che non dà diritto di replica a eventuali detrattori. Una nazionale che nel bene e nel male ha dimostrato tutti i suoi 23 anni (età media della squadra), capace di giocarsela a viso aperto con tutte le squadre, sfrontata, ma con pericolosi cali di concentrazione, capaci di mettere in difficoltà le azzurre già nelle partite con Giappone e Cina.

3 le figure chiave di questo risultato. La prima è l’allenatore Davide Mazzanti, che ha saputo guidare e indirizzare con la sua esperienza un gruppo giovane; la seconda è Julio Velasco. Direte voi: “Chi?”. Domanda più che lecita! Bene, nel 1998 Julio Velasco allenava la nazionale italiana di pallavolo femminile e dalla sua idea di creare una squadra di giovani promettenti italiane capace di confrontarsi con le squadre di club professionistiche nacque Club Italia, dalla quale arrivano alcune delle giocatrici più rappresentative della Nazionale, tra le quali la nostra terza protagonista: Paola Egonu.
Classe 1998, Paola Egonu con la sua “manona” (concedetemi questo accrescitivo poco elegante, ma in questi tempi dove pare che alcune “manine” stiano influenzando il nostro futuro politico ed economico mi sembrava un riferimento attuale che potesse funzionare) ha reindirizzato nella giusta direzione il cammino delle azzurre nei momenti più difficili. In più è anche la “capocannoniere” del torneo, riuscendo a mettere a segno in un partita ben 45 punti (una prestazione da record). Una leader giovane e talentuosa che fa ben sperare per il nostro futuro sportivo.

Sul muro serbo, però, non si è arenata solo la nazionale femminile di pallavolo, ma anche quella maschile. La partita di Final six dei mondiali maschili di pallavolo (giocati in Italia) persa contro la Serbia ha sancito la nostra eliminazione dal torneo, divenuta effettiva dopo il primo set perso nel match successivo contro la Polonia. Una nazionale maschile che ha dimostrato grosse difficoltà dal punto di vista tecnico quando l’asticella che segnava il livello dell’avversario si è alzata, gap che non si è colmato nonostante il sostegno sold out del tifo italiano.  Un divario tecnico che, a differenza della compagine femminile, aumenterà nel tempo, complice un ricambio generazionale non all’altezza dell’attuale rosa. Motivi che si possono riscontrare nella visione della pallavolo come uno sport prettamente femminile, che si pratica a scuola solo come svago dalle materie più difficili e che non dà la stessa visibilità mediatica di una carriera calcistica (oltre a un notevole dislivello salariale).

La pallavolo però ci dà un grande insegnamento. Ci spinge a difenderci dagli attacchi avversari, contrattaccando e facendo affidamento sul gruppo. Valore che può essere trasferito in maniera transitiva anche alla vita di tutti i giorni, dove bisogna difendersi da quei missili terra-aria che la vita ci sferra e dobbiamo essere capaci di restituirglieli facendo affidamento su famiglia e amici, che sono la nostra squadra (a volte ci riusciamo, a volte no. Il segreto sta nell’essere pronti a ricevere la prossima palla). Una lezione da trasmettere alle nuove generazione, iperconnesse e iperprotette ma ipersole.
Una missione difficile visto che cartoni come “Mila & Shiro” non vengono più trasmessi nei palinsesti televisivi più importanti, ma chissà vedendo la battuta supersonica di Paola Egonu qualche bambino non abbia deciso di voler imitare il gesto atletico durante le ore di educazione fisica (ora scienze motorie), di giocare a pallavolo anche dopo scuola, magari di partecipare alle Olimpiadi del 2028, provando a portare l’Italia sul tetto del mondo!

Marco Paoloni

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