Tornare alla vita: confronto tra Dante e i Pink Floyd

“Tornare alla vita”, poteva in fondo anche nominarla così, Dante Alighieri da Firenze, la sua Magna opera.

Perché in fondo di questo si tratta: un percorso che nasce da un senso di spaesamento e di inappartenenza per la sua realtà, quella sociale, dovuta alle accuse rivoltogli di barattaggio e che celavano palesemente il fastidio della sua posizione antipapale; tali accuse implicavano che Dante avrebbe dovuto pagare prima una multa di 5000 mila fiorini piccolo, poi commutata in pena capitale, non essendosi presentato alla causa venne condannato in contumacia. Fu costretto a fuggire da Firenze, dove non sarebbe più tornato per peregrinare tra le corti d’Italia, in cui verrà apprezzato come genio, ma senza sentirsi mai più a casa. 

E dalla realtà emotiva, un disagio che avrà nel poeta sempre un posto di rilievo grazie, e per colpa, della figura di Beatrice, che raggiungerà il culmine alla morte di lei.
Ecco, molti uomini avrebbero visto la prospettiva di ciò che rimaneva dell’esistenza come una sostanziale perdita di tempo, con il totale crollo delle certezze, verso tutto ciò in cui lui ha riposto speranza e lavoro.
Nonostante ciò trovò la forza di reagire alle avversità, il che si accompagnerà anche ad un periodo di profonda ricerca teologica e filosofica.

Tutta questa sensazione permea nei primi versi della prima cantica e assorbe il protagonista nel luogo, facendosi metafora stessa del suo umore.
Ma curiosamente, dopo l’incontro con le fiere, incontra l’anima di Virgilio che ingloba l’aura di disperazione con un annuncio:


“[..] Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno 
che tu mi segui, e io sarò tua guida, 
e trarrotti di qui per loco etterno, 
ove udirai le disperate strida, 
vedrai li antichi spiriti dolenti, 
ch’a la seconda morte ciascun grida; 
 e vederai color che son contenti 
nel foco, perché speran di venire 
quando che sia a le beate genti. 
 A le quai poi se tu vorrai salire, 
anima fia a ciò più di me degna: 
con lei ti lascerò nel mio partire; 
 ché quello imperador che là sù regna, 
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge, 
non vuol che ’n sua città per me si vegna. 
 In tutte parti impera e quivi regge; 
quivi è la sua città e l’alto seggio: 
oh felice colui cu’ ivi elegge!». [..]”

(Inf. I)

Ci sarà un viaggio. Assieme affronteranno l’Inferno e scaleranno il Purgatorio, per poi affidare Dante a Beatrice, che lo condurrà verso la luce di Dio.
Ed un grande respiro di speranza avvolge l’intera opera.

Facciamo un passo indietro.
Tornare alla vita, in inglese “Coming back to Life“, che nell’album dei Pink Floyd, “The Division Bell” (1994) è l’ottava traccia.
Il gruppo, come Dante, è artista del sublime, entrambi nelle loro arti spingono e stimolano la sensibilità dell’uomo verso una dimensione di ampliamento della percezione.

Non si ha la pretesa in questa sede di trovare nessi oggettivi tra le due stesure, ma individuare all’interno di esse come l’impianto sublime si carichi dello stesso messaggio.

La canzone si apre con il sintetizzatore, che subito trasporta chi ascolta in un’atmosfera onirica, atemporale, la stessa impressione che vuol dare il fiorentino e che si avrà per tutto il percorso ascendente verso il cielo.
Ciò che interrompe questo progredimento surreale ed armonioso, assieme ad una chitarra che vi si assimila, è la voce di David Gilmour, che scarica due impetuose ed echeggianti domande:

“Where were you
when I was burned and broken?
And where were you when
I was hurt and I was helpless?”

Come Dante infrange il silenzio della plaga, alla vista dell’ancora non individuata anima di Virgilio, all’apice dello sconforto:

“«Miserere di me», gridai a lui, 
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».” 

(Inf.I)

In entrambi i casi, la voce interrompe un momento di staticità dettato in uno dal suono, ed in un’altra dall’assenza di esso.
La stessa forza del “Tu” richiesto dal compositore britannico, riempie l’intera canzone di una mancanza (femminile), che verrà colmata: e da un lato si potrebbe dire con la certezza del presente che si specchia nel passato di David (la canzone è dedicata alla moglie), e dall’altro con quella celeste promessa dallo stesso Virgilio.

Andando avanti, in questa legge non scritta del sublime, le analogie si estendono sulla struttura di entrambe le opere.
L’assolo di chitarra, dolce, delicato e pacato comincerà ad accompagnare le parole di Gilmour:

“Lost in thought and lost in time
While the seeds of life and
the seeds of change were planted
Outside, the rain fell dark and slow
While I pondered on this dangerous
but irresistible pastime.”

“Perso nei pensieri, perso nel tempo, mentre i semi del cambiamento e della vita sono piantati”

“Ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, 
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto 
che la verace via abbandonai. 

(Inf. I)

Poteva essere un incipit adatto per Dante, tornando alla sua storia brevemente accennata prima. allora nasce una domanda: puó derivare la ricerca del sublime da uno stato antecedente formato dalla disperazione?
Conoscere l’altro lato della meraviglia, il baratro, causa nell’artista l’ossessione nel cercarla, e soprattutto nel ricrearla.

Intanto, fuori, una pioggia cade lenta e oscura, un’altra immagine tipicamente di Dante nell’Inferno.

Riflettendo su un passatempo, così pericoloso ed irresistibile, che per Dante potrebbe essere l’amore: quello di Paolo e Francesca, causa dello svenimento; quello per la filosofia, causa del pentimento, Ed infine, quello provato per Beatrice, che lo eleva a Dio, generante il ricongiungimento con sé ed il divino.

Ora, rapportare 6 minuti di canzone ad una delle opere più vaste della tradizione letteraria mondiale, è quasi impossibile e potrebbe risultare forzato, ma con l’aiuto dell’immaginazione, nel momento in cui Gilmour distende la voce, l’andamento diviene più ritmato, la chitarra viene accompagnata dalla batteria e dal basso, vi è un cambio di registro, come avviene per i due Poeti della Commedia (anche linguistico, dato che per ogni cantica si eleva lo stile dell’autore) dopo essere usciti dagli inferi, a “riveder le stelle” (XXXIV Inf.), per intraprendere ciò che invece è, in questa astrusa associazione, scritto così nella canzone:

“I took a heavenly ride through our silence                           
I knew the moment had arrived
For killing the past and coming back to life.”

Sulla montagna del Purgatorio i peccati passati di Dante vengono perdonati e purificati, bevendo su indicazione di Beatrice l’acqua del fiume Eunoé, il suo animo sarà rinnovato e pronto, finalmente, per ascendere al cielo.

“Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda, 
puro e disposto a salire a le stelle.

(Purg. XXXIII)

Gilmour, alla fine della canzone, sintetizza l’intera terza cantica e l’esperienza beata in pochi versi, probabilmente quelli che hanno più coincidenze con il poeta, e visto il luogo, il concetto espresso, ed il linguaggio, è anche il nesso più importante.
Ancora, da notare, è l’assolo che verrà eseguito dopo queste ultime parole, capace di rappresentare quel che la penna di Dante fece fatica a descrivere, e che qui viene come adattato uditivamente, quest’ultima parte é una scarica celeste

“I knew the waiting had begun
And headed straight… into the shining sun.”

” […] ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa, 
l’amor che move il sole e l’altre stelle.”

(Par. XXXIII)

La penna di Dante, la chitarra dei Pink floyd, cedono a loro modo alla tensione ed alla fine del loro rispettivo viaggio. In entrambi i casi la parola si assenta, lasciando da un lato il silenzio dovuto alla fine di una tale esperienza, come se la penna cadesse a terra generando un rumore sordo; dall’altro, lo strumento manifesta e si spreme di tutte le sensazioni raccolte nel corso della composizione.
In ambedue le opere, il risultato ha un solo aggettivo, capace di creare ponti dove non esistono, tra epoche, culture ed arti diverse, un legame puramente di Intenzione.
il risultato é semplicemente sublime.

 “Sublime è quell’oggetto nella cui rappresentazione la nostra natura sensibile riconosce i propri limiti.”

(Friedrich Schiller)

L’esperienza dell’amore, per quanto diversa, si propone come un percorso catartico direttamente proporzionale allo stadio di sconforto ed angoscia provato.
Facendosi capace perfino di cancellarlo, o meglio, dandone un valore diverso. L’attraversamento del dolore assume un ruolo fondamentale, in quanto, senza di esso, non si sarebbe mai giunti all’immensa e felice intensità palpabile dei due finali.
Ne traiamo da ciò un grande insegnamento, entrambi ci dicono che anche nel momento più buio il tempo non sarà mai assoluto nel cuore di chi serba, contro ogni avversità, il suo sogno intatto.

Manuel Torre

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