Il ritratto di Batoni: tra souvenir e personalità

L’Italia del 1700 è una fucina di grandezze artistiche nonostante il Rinascimento ed il Barocco siano ormai passati. Ormai il centro economico europeo sta nel Nord del continente e la Penisola comincia ad essere vista come museo a cielo aperto, luogo di delizie e di libertinaggio puro.

Il Grand Tour dei ragazzi di estrazione nobile perlopiù inglesi comincia ad essere una moda diffusa che va ben oltre l’istruzione. Si cerca infatti un’evasione della mente o un affare in fatti di antiquaria, un’immersione nell’antichità o avventure randagie che partono da spunti pittoreschi delle incisioni che così tanto si diffondono in Europa.

In luoghi così belli come quelli dell’Italia dell’Ancien Régime c’è un artista a Roma che più degli altri sa rappresentare il desiderio degli stranieri di dire: io c’ero. Si tratta di Pompeo Batoni (17081787), caduto ingiustamente col tempo in bassa fortuna ma che al tempo era amatissimo.

Batoni era lucchese ma il suo cuore era nella Città Eterna. Aveva fatto delle grandi committenze il suo pane quotidiano a partire da dipinti come il bellissimo e gioioso Trionfo di Venezia del 1737 realizzato per il Foscarini, ambasciatore della Serenissima a Roma.


La nobiltà soprattutto estera lo adocchierà e ne farà un suo beniamino: al che Batoni risponde con una prontezza che sa di industria più che di bottega pittorica.

Il soggetto è chiamato inizialmente nel suo studio a via Bocca di Leone per il disegno del volto e la presa delle misure. Le sue pose sono standardizzate: spesso lo si vede vicino ad una colonna o la base di una statua, un busto, la sagoma dei monumenti romani più importanti sullo sfondo. Tutti questi oggetti erano copie presenti nel suo studio, cosa che preannuncia un modus operandi tipico dei fotografi del 1800.

Attributi ricorrenti erano il bastone, l’accenno di paesaggio, la levrette di Casa Batoni.

Di grande pregio è la tecnica tendente a mostrare i tessuti e i vestiti in tutta la loro luminosità, variando a seconda del soggetto: si ricordano a proposito il rosso sgargiante del frock di John Talbot o il kilt del colonnello Gordon.

Un ritratto però vien voglia di segnalare per l’introversione così spiccata del soggetto, cosa rara vista la sicurezza di molti nobili ritratti dal pittore.

Il giovane del dipinto esaminato è John Brudenell (1735-1770), erede del conte di Cardigan di cui aveva ricevuto le tenute nel 1749. Il ragazzo dallo sguardo sfuggente è ritratto da Batoni sullo sfondo di una tenda rossa e ne fa cogliere per contrasto l’introversione cingendolo della pelliccia e di un abito blu di velluto splendidamente reso dal pennello.

Amante della musica come il pittore, il giovane ha davanti la Sonata 6 dell’opus 5 di Corelli. Questo giovane studioso e sensibile, che poco si concedeva alle avventure galanti, guarda altrove quasi irritato da chi è entrato nella stanza e ha interrotto il suo dialogo con il testo che ha davanti. Batoni, che per compiacere i bisogni turistici dei suoi clienti li mette in uno scenario dominato dalle vedute di Roma dirige tutto verso una citazione più profonda e sottile per gli amanti della cultura italiana, ricordando la precisione di Caravaggio che nei suoi dipinti metteva madrigali d’amore pronti per essere cantati e suonati.

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Antonio Canzoniere

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