Il nastro rosa

 

Era una notte buia, senza luna, d’inizio autunno; nuvoloni neri ingombravano il cielo e promettevano pioggia – che sarebbe arrivata, copiosa, nei giorni a seguire. Era qualche mese che non vedevo R.: eravamo stati molto amici durante l’adolescenza, ma poi le nostre vite avevano preso strade diverse, facendoci purtroppo perdere di vista. Camminavamo senza meta, con una birra ormai quasi terminata in mano, lungo le vie del nostro quartiere. Si parlava di ricordi, di aneddoti, ma anche di progetti futuri, di sogni.

Il nostro girovagare casuale ci portò alle soglie di un piccolo parco. Era il parco della mia adolescenza, il parco delle prime volte con i miei amici: ricordo che compravamo  al supermercato qualche birra o qualche scadente cocktail in bottiglia e lo bevevamo lì, facendo finta di essere già grandi, tossendo per i primi tiri di sigaretta.
Uno scalpiccìo attirò la nostra attenzione: tre ragazzi erano scappati sentendoci arrivare, uscendo da un cancello secondario del parco e dileguandosi nell’oscurità. Sorrisi e ricordai con piacere quel pudore adolescenziale, quei brividi dovuti all’impazienza di volersi sentire grandi il prima possibile.

Con R. ci avvicinammo al luogo in cui erano i ragazzi, per controllare bonariamente che cosa stessero combinando di così losco.
Ciò che ci trovammo di fronte non fu certo così innocente come credevamo: sul prato giacevano due flauti, delle ampolle nere, delle statuette raffiguranti figure umane e delle candele, ancora accese. Ebbi un brivido, nonostante la mia razionalità stesse tentando di impormi di affrontare l’evento nella maniera più oggettiva possibile. Guardai R.: il suo viso era terreo, i suoi occhi lucidi e vagavano come nel vuoto, frementi.
– Era un rituale. E noi lo abbiamo interrotto…
– Ma sì, cose da ragazzi – sdrammatizzai, ridacchiando nervosamente.
– Sì, erano ragazzi, ma erano ben consapevoli di che cosa stessero facendo.
– Ma su, non crederai che…
– La stavano invocando.
– Ma chi?

R. non mi rispose. Vagava di nuovo con lo sguardo nel vuoto, fiutando l’aria come un segugio che cerca la sua preda.
– Ci sono parzialmente riusciti. Dobbiamo andare a dare un’occhiata.
– Ma a che cosa?! – chiesi spazientito.
– Ti dirò strada facendo. Ora, andiamo.
– Ma dove?
– Al parco ***.
– Perché?
– Ci andiamo a prendere la colpa per averla disturbata al posto di quei ragazzi, prima che se la prenda qualche ignaro malcapitato.


Durante il tragitto verso il parco ***, che distava circa un chilometro, R. mi raccontò storie di presenze, apparizioni, presagi: tutti fenomeni paranormali – “perché questo è il nome che gli viene dato”, diceva, “ma solo perché non siamo ancora in grado di capirli; essi sono a tutti gli effetti parte del nostro mondo, e sono razionalmente radicati in esso” – che aveva avuto modo di sperimentare nel corso della sua vita. Mi disse di avere una sensibilità particolare e innata per queste manifestazioni, che egli preferiva chiamare “fenomeni energetici“, in quanto legati all’energia vitale che scorre in ogni individuo.

Nell’ascoltare queste storie rabbrividivo, tentando invano di nascondermi dietro una ferrea cortina di scetticismo: la mia propensione alla razionalità e la mia discreta frequentazione di racconti fantastici mi facevano percepire tutto ciò alla stregua di favole per bambini; qualche zona oscura della mia coscienza però, sfuggendo al controllo della razionalità, mi provocava un incontrollabile malessere generale, elettrizzando le mie sensazioni e facendomi drizzare i capelli sulla testa.
Avrei dovuto ben sapere che, come vuole il cliché del racconto fantastico, allo scetticismo solitamente sopraggiunge la manifestazione e poi, inevitabilmente, la paura.

Giungemmo alle soglie del parco *** : i suoi cancelli erano chiusi e allora cominciammo a costeggiarlo. Qualsiasi rumore provenisse dal suo interno mi appariva inspiegabilmente sinistro, ma cercavo di farmi forza tentando di attribuirgli una causa razionale e squisitamente naturale. Mentre il mio pensiero si teneva così indaffarato per sorreggere la sua trincea di scetticismo, R. riprese improvvisamente a parlare.
– Qualche anno fa, proprio in questo parco, una ragazza si è tolta la vita.

Trasalii.

 – Si è impiccata a un albero di questo parco. Lasciò una strana lettera, nel quale alludeva a dei poteri che, trapassando, avrebbe acquisito dall’altro lato.
Mentre egli parlava, cercando di mostrarmi quanto più potevo scettico, estrassi dalla tasca il mio cellulare, per cercare la notizia su Google. Inutile dire che la trovai e che tutti gli elementi del racconto del mio amico collimavano con quelli degli articoli. Solo della lettera non c’era menzione.
– Su internet c’è tutto, tranne la notizia della lettera. Venne fatta sparire subito dalla famiglia. Perché io ne sono a conoscenza? Semplice, perché abbiamo incontrato la ragazza.

Rabbrividii.

 – Con degli amici, tempo fa, facemmo lo stesso errore di quei ragazzi che abbiamo incontrato stasera. La ragazza cominciò a perseguitarci. La sognavamo e ci appariva continuamente. Chiedi a L. Lui era quello che più aveva preso di mira. Non te ne ha mai parlato? Addirittura, dopo un incontro, si ritrovò in tasca una copia della famosa lettera scomparsa. Credo che la conservi ancora…

Il cuore adesso mi batteva all’impazzata e la mia pelle era increspata come cartapecora.
L. era un altro mio caro amico, compagno delle medie e del liceo. Anche egli mi aveva raccontato storie del genere, ma non era mai sceso così nel dettaglio. Il fatto che ci fosse addirittura un altro testimone di tale evento mi inquietò non poco.

 – Alla fine riuscimmo a liberarci di lei. Come? Dandole ciò che desiderava.
– Cioè? – chiesi, ormai tremando come un cucciolo infreddolito.
– Dandole la nostra energia. I suoi poteri derivano da questo: la capacità di assorbire energia dagli esseri viventi. Meditando e raccogliendo energie riuscimmo a darle ciò che voleva e così ci lasciò in pace. Ma ora che è stata di nuovo evocata, non so che cosa potrebbe accadere.

Avevamo ormai quasi circumnavigato la prima metà dell’ampio parco. Il mio scetticismo cominciava a vacillare e sobbalzavo ad ogni minimo rumore. Proprio quando meno me l’aspettavo però, un certo atteggiamento pedante e quasi di sfida del mio amico mi ridiede coraggio, facendomi tornare a dubitare e illuminando scetticamente tutto ciò che percepiva il mio corpo.
– Non ti dirò quale sia l’albero dove si è uccisa, in modo tale da non suggestionarti. Altrimenti magari mi diresti che ho voluto soltanto impressionarti e negheresti tutto. Ci limiteremo a camminare e ci fermeremo non appena percepirai qualcosa. Non so che cosa accadrà. Potremmo vedere qualcosa, forse sentire, o magari soltanto presagire. Ma sono certo che qualcosa accadrà.

A partire da quel momento considerai la questione come una sfida. Le mie certezze, razionali e scientifiche, contro le sue, a dir poco irrazionali e tutte da dimostrare. Ritrovai un po’ di equilibrio, aguzzai i sensi e rispolverai la ragione, deputandolo come mio unico strumento conoscitivo.

Camminammo per un’altra cinquantina di metri, in totale silenzio. Smisi di parlare e di fare domande e lo stesso fece R., forse infastidito dal mio scetticismo. Il parco sembrava tranquillo. Forse un po’ troppo, ripensandoci adesso, mentre scrivo. Si sentivano soltanto i consueti rumori della città, ma nient’altro.

All’improvviso qualcosa si mosse all’interno del parco e ne uscì a tutta velocità, attraversando la recinzione e passandoci davanti. Era come un’ombra, rapida, dai contorni sfuggenti e incerti, con un numero imprecisato di zampe. Smisi di respirare mi si rizzarono tutti i capelli sulla testa. Probabilmente balzai all’indietro di mezzo metro per lo spavento.
Ma era soltanto un gatto! Inspiegabilmente, come è loro abitudine, aveva attraversato la strada a tutta velocità.
Guardai R., sorridendo nervosamente: sembrava quasi non essersi accorto del micio; continuava ad avere quell’aria concentrata, rapita, e il suo sguardo brillava nel buio della notte.

Avanzammo un’altra trentina di metri. Incominciava una lieve salita che conduceva all’ingresso secondario del parco. Mi ero calmato, ridendo di me stesso e della mia reazione eccessiva. Mi sentivo tutto sommato tranquillo, rintuzzato dal mio rinnovato scetticismo.

D’un tratto però, percepii una certa fatica nel respirare. Sembrava che l’aria pian piano si stesse facendo sempre più densa. Mi sentivo come se avessi mangiato un po’ troppo e stessi faticando a digerire. Un peso cominciò ad opprimermi all’altezza del diaframma. Ignorai lì per lì quella spiacevole sensazione, cercando di concentrarmi sugli stimoli esterni al mio corpo. Camminammo ancora, ma quel fastidio divenne quasi doloroso. Cominciai poi a sentirmi pesante, come se fossi fatto di pietra: le articolazioni non mi si piegavano più e facevo un’incredibile fatica nel camminare. Sentii che pian piano la schiena mi si incurvava in avanti, come schiacciata sotto un masso di dimensioni ciclopiche.

Le sensazioni erano reali, ma la mia ritrovata ragione mi impediva di giustificarle con una causa sovrannaturale. Pensai a che cosa avevo mangiato a cena, a che cosa avevo bevuto, alla birra forse scaduta: insomma, cercavo con tutte le mie forze un appiglio razionale a ciò che stava accadendo al mio corpo. Mi girai verso il mio amico. Lo vidi più o meno nelle mie stesse condizioni.
– Mi sto proprio invecchiando, eh! Dura questa salita! – provai a sdrammatizzare, ridendo forzatamente.
R. si girò verso di me; i suoi occhi bruni sembravano diventati liquidi e sul viso aveva disegnata una strana smorfia, a metà tra un ghigno e una contrazione di dolore. Le sue spalle, esattamente come le mie, erano inarcate in avanti e mi sembrava muoversi goffamente, al rallentatore.

Un mal di testa accecante mi colse all’improvviso, non permettendomi più di distinguere  i miei pensieri e, probabilmente, evitandomi persino di percepire il terrore, che sicuramente stava invadendo il mio corpo. Mi sembrava che qualcuno mi stesse svuotando i polmoni d’aria. Poi le orecchie cominciarono a fischiarmi. All’improvviso fu tutto buio.

Mi senti dondolare. Le mie gambe scalciavano, ma non toccavano nulla, galleggiavano nel vuoto. Bramavano dolorosamente il contatto con la terra, si spingevano inesorabilmente verso questa, ma senza mai toccarla. Sentii la corda stringersi intorno collo: mi tagliò di netto il respiro e sentivo il cuore battermi nella gola. Annaspavo, mi dibattevo, come se fossi percorso da una scossa elettrica. Mi sforzavo di respirare, ma niente, l’aria non entrava. Sentivo la mia lingua incandescente: la strinsi con i denti per non perderla; ma forse la strinsi troppo e la tranciai di netto, facendola ruzzolare tra le foglie, mentre il sangue caldo mi riempiva la bocca. Riuscii a percepire le vertebre del collo che si sgretolavano: il dolore, lancinante, nella schiena; poi un brivido, quasi di piacere, come un orgasmo, che mi pervase il corpo. Prima che tutto fosse buio, vidi un nastro rosa volteggiare nell’aria e poi cadere, leggero, soave, sulle foglie sotto di me. Forse teneva legati i miei capelli e, mentre mi dibattevo, questi si erano sciolti, lasciandolo volare via, quasi fosse una metafora dell’anima che, leggera, si staccava dal peso del corpo, ormai inerme. Poi, il nulla.

Mi risvegliai su una panchina, un centinaio di metri lontano dal parco ***. La luce fredda di un lampione al led mi illuminava il viso e i ceffoni di R. scaldavano la pelle della mia faccia. R. tirò un sospiro di sollievo. Disse che ero svenuto e lui mi aveva portato via di lì prima che lei prendesse tutte le mie energie. Lo ringraziai, non sapevo che altro dire. Mi sentivo confuso, frastornato, ma non spaventato.
Raccontai brevemente a R. che cosa mi fosse accaduto mentre ero privo di sensi. Disse che gli dispiaceva avermi coinvolto e che avrebbe dovuto sapere che non ero pronto a vivere esperienze del genere. Mi disse però che l’avevamo temporaneamente mandata via e che, per il momento, non c’era più pericolo. Forse mi sarebbe capitato di sognarla, o addirittura di rivederla, mi disse; si premurò che l’avvisassi assolutamente se ciò fosse accaduto.

Mi riaccompagnò a casa. Si scusò ancora, ma gli dissi di non preoccuparsi. Non ero sgomento come avrei dovuto essere. Mi sembrava che tutto fosse un sogno e che, dopo una bella dormita, sarebbe svanito nel nulla, come la nebbia al sorgere del sole. Ero sì molto stanco, esausto, come se avessi corso per chilometri e di tanto in tanto rabbrividivo, come se fossi febbricitante. Mi misi a letto e dormì profondamente, senza svegliarmi mai: un sonno senza sogni, né pause, buio e insensibile, come una morte.

La mattina mi risvegliai e provai a spiegarmi razionalmente che cosa fosse accaduto. Ero certo che qualcosa di strano e inspiegabile fosse pur successo: le sensazioni che avevo provato erano reali, non immaginarie. Tutto ciò però era davvero al di là di ogni logica. E non c’entrava lo scetticismo, che avevo duramente pagato, ma proprio il mio concepire razionalmente e scientificamente il mondo.

Mi lavai e mi vestii.
Quasi con un riflesso incondizionato mi infilai una mano in tasca, a cercare chissà cosa. Sentii qualcosa di strano.
Estrassi la mano e, stretto intorno alle dita, c’era un nastrino rosa pallido, sgualcito e strappato, tutto sporco di terra e con residui di foglie intrecciate ai suoi fili.
Sprofondai in un abisso.

 Danilo Iannelli


Il racconto è frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a cose, persone ed eventi realmente accaduti è puramente casuale.

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