Numero chiuso per l’accesso a medicina e specializzazione: i fatti, le proposte (serie)

Da bambino volevo giocare in NBA. Era il grande sogno della mia infanzia. Non passai i provini. Fu una tragedia per me. E davanti a simile dramma, i sogni di un piccolo bambino sognatore in frantumi, non ho visto nessuno indignarsi.

Forse non mi ero allenato abbastanza, forse non ero in forma, forse ero troppo teso, forse ero troppo basso.
O, anche se fa male dirlo, forse semplicemente non ero abbastanza bravo. Non vogliamo dire che non sono stato bravo abbastanza? Allora diciamo che magari lo ero, bravo abbastanza, ma non ho reso abbastanza.
Ecco, non ho reso abbastanza.
Ma forse non è stata nemmeno colpa mia: è colpa dei Lakers. Son loro che hanno scelto per il provino degli esercizi che non esaltavano le mie qualità di palleggiatore e hanno invece messo in evidenza le mie lacune come tiratore.
Resta il fatto che niente. I Lakers hanno detto no.

Così ho deciso che dovevo fare altro, purtroppo. Penso però che ognuno abbia diritto a vivere il proprio sogno e quindi penso che debbano aprire il roster dei Lakers a tutti coloro che desiderino giocare nei Lakers. Io penso che ogni persona abbia diritto ad inseguire il proprio sogno, e il sacrosanto dovere di provare a farlo. Ma il diritto alla realizzazione dei sogni è altra roba. Allo stesso modo con cui ho diritto alla famiglia ma non a metterla su con Natalie Portman perché lei non ci sta. Posso provare a corteggiarla, a mandarle dei fiori, ad invitarla fuori a cena. Ma se dice no dubito che argomentare che mi sta negando ‘’il diritto alla famiglia’’ serva a qualcosa.

Il 15 ottobre 2018 il Governo M5S-Lega, nonostante il ministro dell’Istruzione dica che ‘‘non gli risulta’’, ha inserito all’interno della proposta della legge di bilancio per il 2019  l’abolizione numero chiuso a medicina, ”permettendo così a tutti di poter accedere agli studi”.
Tralascio due importanti punti:
1) questa dovrà effettivamente essere approvata.
2) le Facoltà avrebbero (per ora) il potere di limitare i numeri, creando ineguaglianze su base territoriale.

Una selezione per l’accesso ad una Facoltà non limita il diritto allo studio. Limita l’oggetto di studio, e lo fa per quanto riguarda gli studi più avanzati. Ad esser combattute dovrebbero essere le diseguaglianze a livello territoriale, affinché ad ogni studente iniziando il suo percorso di formazione sia data la possibilità di raggiungere le conoscenze e le abilità tali da poter competere alla pari per quel test.


Ma oltre alla questione ”filosofica”, dietro il numero chiuso per l’accesso a Medicina vi sono implicazioni estremamente pratiche: la limitata natura delle risorse. Il fatto che le risorse a nostra disposizione siano non solo finite, ma anche parecchio limitate ci impone  in ambito sanitario l’impossibilità di offrire gratuitamente tutti i servizi sanitari a tutta la popolazione. Dobbiamo scegliere quali servizi offrire gratuitamente, e a chi offrirli. Sono i cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Bisogna essere pragmatici.

Voler combattere per il diritto allo studio abolendo il numero chiuso per l’accesso ad una Facoltà è come voler combattere per il diritto al lavoro abolendo i colloqui di lavoro invece che creando occupazione..

Secondo il report realizzato dall’Associazione dei Medici Dirigenti, basata sui dati di Miur, SSN e vattelapesca, ”aumentare il numero degli studenti iscritti al corso di laurea in Medicina e Chirurgia, al di fuori da seri studi di programmazione che tengano insieme aspetti demografici, dinamiche pensionistiche, esigenze del sistema in termini di formazione, qualità e quantità del personale, non risolva il problema della prossima carenza di medici specialisti perché i primi risultati si vedrebbero solo dopo 10-11 anni.”

Si precisa che anzi potrebbe avere ripercussioni nefaste dal momento che ”si rischia di ripetere, nel lungo periodo, il fenomeno della pletora medica”, situazione di eccesso nel numero di professionisti con conseguente disoccupazione e sottoccupazione. Questa situazione aveva raggiunto in Italia ”dimensioni incontenibili, tanto da richiedere efficaci interventi volti sia ad arginare la crescita di questa realtà divenuta ormai incontrovertibile sia ad individuare soluzioni importanti ma concretamente realizzabili sulle prospettive occupazionali rapportate al problema emergente con il quale si confrontano quotidianamente molti giovani medici che devono attendere parecchi anni prima di trovare una collocazione stabile nella organizzazione sanitaria”.

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La proposta della Associazione dei Medici Dirigenti propone ”che il numero dei posti per la Scuola di Medicina e Chirurgia debba essere limitato a circa 6.500 ogni anno, mentre le borse di studio per la formazione post laurea dovrebbero aumentare fino a circa 7.200, magari anche con finanziamenti europei considerata l’emigrazione dei nostri laureati e specialisti verso altri paesi della Comunità.”

Ulteriori idee?

”Se il fabbisogno supererà l’offerta universitaria, insomma, potranno entrare in gioco le “reti formative” degli ospedali pubblici. Una soluzione che ridurrebbe l’arco temporale di programmazione dei fabbisogni dagli attuali 11-12 a sei anni. E che dimezzerebbe i tempi necessari a rimpolpare il numero dei medici attivi.”

Il test è brutto, antipatico, strutturato male. Sono stato il primo ad essere contrario fino al terzo anno di Università. Poi ho iniziato a ragionare in termini di risorse, oltre che a vedere quanto la nostra Università sia povera e incapace di gestire simili numeri garantendo una buona qualità.
Il test può non piacere ma è necessario, ora. Le scarse risorse presenti vanno indirizzate basandosi su fatti concreti e programmando seriamente. Miglioriamolo. Discutiamo i criteri da adottare per la selezione, discutiamone la struttura.
Formare medici costa più di quanto non costi formare la media degli altri professionisti. Infatti “Preparare un medico (..) è un processo molto costoso, sia in termini economici che di impegno organizzativo, per la collettività e per gli studenti, e le loro famiglie. La spesa media sostenuta da uno studente per l’intero corso di laurea (6 anni) è di circa 8.150 euro, mentre di circa 10.000 euro è il costo sostenuto per specializzarsi. La spesa dello Stato per i 6 anni di laurea, come Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), ammonta a circa 24.800 euro e “specializzare” un singolo medico impegna circa 128.000 euro per un costo totale superiore a 150.000 euro per l’intero iter formativo di 11 anni (fonte: statistica MIUR e portali atenei).

Consentendo, nell’anno accademico 2013/2014, l’accesso alle scuole di medicina e chirurgia di 10.000 nuovi studenti lo Stato ha impegnato, quindi, una spesa complessiva per la loro completa formazione pari a circa 1.5 miliardi di euro.”

«Il nostro Paese – commenta Anaao giovani – spende molto per formare i propri medici e non pone rimedi strutturali per evitare fughe in altri Paesi Europei ed extra europei oggi più che mai alla ricerca di medici, cui offrire varie e interessanti soluzioni lavorative. Siamo di fronte non solo ad una fuga di cervelli, ma ad una emorragia economica di dimensioni nazionali e transnazionali».

Non possiamo permetterci di formare figure tecniche iperspecializzate pagando una barca di soldi per poi lasciarli a spasso. Non conviene all’economia del Paese. Però fa molto comodo a quella degli altri Paesi e non vorrei sembrare nazionalista.

Un abbraccio dall’Olanda.

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Fabio Porru


Bibliografia:

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