I Griffin, Mozart e altro

Il decimo episodio dell’undicesima stagione de “I Griffin”, intitolato “Brian’s Play” nella versione originale, si focalizza – come accade più volte all’interno della serie – sulla figura del cane antropomorfo Brian e sull’intenso e complesso rapporto che lo lega a Stewie, il piccolo di casa Griffin dalle prodigiose abilità intellettuali. Brian, che da anni coltiva il sogno di divenire un acclamato autore, scrive una pièce che a Quahog – la fittizia cittadina in cui vive la famiglia Griffin – riscuote un successo notevole. Finalmente, Brian si sente realizzato: perviene alla felice impressione di essersi concretizzato, volendo impiegare una locuzione ben nota ai più. Una sera, dopo aver trascorso il proprio tempo in un locale ad arieggiarsi con alcuni giovani esponenti del panorama intellettuale di Quahog, Brian torna a casa e sul divano del soggiorno nota un blocco dattiloscritto. Si tratta di “American Marriage”, la pièce scritta da Stewie intorno alla quale il piccolo vorrebbe ricevere l’opinione dell’ormai affermato Brian. Il cane, alquanto brillo, la raccoglie e comincia a leggerla. Subentra, in sottofondo, l’allegro moderato della sinfonia n.29 di Mozart. La musica, entusiasmante nel suo lieve, armonioso, brillante librarsi, accompagna le reazioni che vanno dipingendosi sul volto di Brian: gli occhi del cane non riescono a contenere l’assorto stupore, la commozione irrefrenabile, la livida invidia. Scorre le pagine del copione senza sosta, l’una dopo l’altra: non riesce a separarsene. Conclusa la lettura, Brian, vinto, abbandona le pagine del dattiloscritto lasciando che si spargano sul pavimento. Lo sconforto più limpido e nero lo ha ormai rapito. È stato trafitto dal fendente della disperazione che atterra chiunque, in questa società, si senta irrimediabilmente derubato del proprio io, in questo contesto inteso come la sede delle ambizioni. Più avanti, nel corso della puntata, sarà lo stesso Brian a confessarlo a Stewie: capire (e carpire) di non poter essere, almeno in relazione a uno spazio circoscritto, lo scrittore ha rappresentato per lui un’esperienza terribile, pressappoco nullificante.

Nonostante i moti d’antipatia che nel pubblico hanno talora scatenato certi atteggiamenti palesati da Brian, la scena accompagnata dalla musica di Mozart non è difficile da condividere (e com-patire): la composizione del celeberrimo genio, infatti, comunica con chiarezza insuperabile ciò che Brian sta percependo. Se si volesse individuare il corrispondente letterario di ciò che l’allegro mozartiano veicola, forse si potrebbe ricordare un brano tratto da “La città dei libri sognanti”, romanzo di Walter Moers – autore dalle notevoli capacità che tanti, purtroppo, trascurano – ambientato nel fantastico continente di Zamonia. Il sauro Ildefonso de’ Sventramitis, aspirante scrittore, alla morte del padrino poetico Danzelot eredita una misteriosa lettera che sul letto di morte lo stesso Danzelot ha definito come “il testo più straordinario dell’intera letteratura di Zamonia”. Nei giorni successivi alla morte del padrino, Ildefonso decide di rivolgersi al manoscritto tanto caro a Danzelot. È il tramonto, il sauro lo legge ciondolando per le strade di Forte Vermicchio. Ecco le parole che Moers utilizza per descrivere lo svelarsi di un capolavoro dall’indubbia superiorità: «Il mio primo pensiero fu: ogni parola è al posto giusto. […] Mi parve un’opera perfetta ancor prima di conoscerne il contenuto. Fu come trovarsi al cospetto di un quadro o di una scultura di cui, fin dalla prima occhiata, si può dire se è spazzatura o capolavoro. Mai una pagina scritta aveva provocato su di me un effetto simile: senza averla neppure letta. Sembrava l’opera calligrafica di un disegnatore. Ogni lettera s’imponeva come un manufatto artistico a sé stante, e l’intera pagina pareva un balletto di segni che danzassero un affascinante girotondo. […] “Qui ogni parola è davvero al posto giusto” pensai dopo la prima pagina. No, non solo ogni parola: ogni segno, ogni virgola, perfino gli spazi fra una parola e l’altra sembravano d’una importanza definitiva e assoluta. […] Il mio cervello sembrava ruotare attorno al proprio asse. Pensieri scintillanti mi grandinavano addosso come polvere di stelle e mi si spegnevano sfrigolando sulla corteccia cerebrale. […] Quello che avevo in mano era qualcosa di… titanico, ultraterreno, definitivo! […] La pagina seguente era una collana d’associazioni di idee brillanti come perle: mi sembrarono talmente fresche, rugiadose, d’una originalità così spietata e nello stesso tempo profonda che mi vergognai della banalità d’ogni singola frase che avevo fino ad allora scritto. […] Oh sì, Danzelot aveva visto bene: quella lettera mi avrebbe schiantato. Avevo voglia di morire. Come avevo potuto presumere di diventare uno scrittore? Che cosa avevano in comune i miei dilettanteschi tentativi di scarabocchiare pensieri con quell’arte magica di cui ero appena stato testimone? Come avrei potuto sollevarmi a quelle altezze senza l’ali della più pura ispirazione di cui l’autore della lettera disponeva? Ricominciai a piangere, e stavolta furono amare lacrime di sconforto.»

Persino il parodico riferimento insito nella scena che descrive lo sconvolgimento del quale Brian diviene preda, ossia il rimando ad “Amdeus”, l’arcinota pellicola del compianto Miloš Forman, può essere facilmente rapportato al discorso intrecciato sinora: “Amadeus”, infatti, non è né una storia volta a ritrarre con ferreo rigore storico lo snodarsi di un’esistenza né una mera celebrazione destinata a incensare la grandezza di una mente strabiliante; piuttosto, si configura come la grandiosa rappresentazione di una delle consapevolezze più devastanti nelle quali un individuo possa scivolare: la coscienza del proprio limite, della propria mediocrità, dell’angusto spazio nel quale oscillano i suoi pensieri. La frustrazione dell’ambizione, l’amaro sgretolarsi della speranza di pervenire alla vetta. La privazione del trionfo individuale, ossia la meta alla quale da qualche secolo a questa parte una certa mentalità ha consegnato intere società. Vorrei essere così, ma non sono così. Niente, oggi, ci urta con la stessa violenza con cui ci urta la mancata concretizzazione del volere. Probabilmente Schopenhauer scuoterebbe il capo. A torto? A ragione? Difficile indovinare la risposta esatta.

Rispetto al dramma in questione, alcuni approfondimenti sarebbero opportuni: un inquadramento storico, una cornice socio-antropologica, magari uno sguardo relativo ai suoi esiti artistico-letterari. (Significativo, in questo senso, è l’articolo pubblicato da Andrea Zhok sulle pagine de “L’Espresso” a proposito del concetto di “eccellenza”) Dinanzi al dramma in questione, però, anche la tentazione di limitarsi a contemplarne gli angoscianti risvolti umani è forte: quanto lirismo accompagna la figura del Salieri interpretata (e peraltro premiata con l’Oscar) da Murray Abraham?


Sicuramente, venendo alla comune vita individuale d’ogni giorno, è possibile discostarsi dalle sfumature più tragiche del fenomeno: per attenuare (o addirittura annullare) il dramma in considerazione, infatti, non è sempre necessaria (o sufficiente) la caritatevole compassione di un amico. Nell’episodio de “I Griffin” abbozzato in precedenza, infatti, è Stewie a risollevare Brian: il piccolo modifica il suo testo teatrale, rovinandolo, prima che venga messo in scena a Broadway e ottenga il prevedibile, nonché meritato, successo. Il fiasco della pièce, frutto di un profondo gesto d’amicizia, rincuora Brian. Tuttavia, come specificato, non sempre sono necessari atti simili. È vero, non si può negare la presenza di una dimensione dell’esistenza fatta di esigenze immediate, faccende da sbrigare, concreti problemi da risolvere: si tratta – ricorrendo a una definizione piuttosto banale, ma qui sufficiente –  della dimensione del quotidiano, una dimensione nella quale non si può evitare la definizione di una cerchia di ambizioni da realizzare. Al di là di tale dimensione, però, è possibile individuare uno spazio interiore (cioè più interno), uno spazio nel quale procedere oltre la rete di relazioni talvolta animalesche nella quale il quotidiano ci costringe a vivere. Si tratta di una dimensione alla quale si accede, volendo formulare una metafora, tramite un cambio: quel cambio d’abito descritto dal Machiavelli nella nota epistola al Vettori. Il portale che consente di procedere interiormente reca sul proprio arco un’iscrizione: γνῶθι σαυτόν. La sentenza dell’oracolo delfico tradizionalmente viene associata a un’interpretazione dalla natura prometeica: conosci te stesso, cioè i tuoi limiti, i confini oltre i quali non è bene che tu ti spinga. In questa sede, però, è più rilevante optare per una versione diversa, ossia la versione di Idalgo Carrara: in occasione della presentazione dell’opera “I tabù del mondo”, tenutasi il 13 dicembre dello scorso anno nel paesino veronese di Nogara, Carrara ha evidenziato che il  γνῶθι σαυτόν può essere inteso come un invito a porsi la domanda, cioè l’interrogativo capace di penetrare sino al cuore della nostra esistenza, illuminandoci quale sentiero battere e permettendoci di evitare le nevrotiche forme di angoscia vitale nelle quali precipitare non è così difficile. (In una parola, Carrara interpreta il motto delfico sì come un invito alla conoscenza del limite, ma propone una diversa visione del limite stesso.) Ebbene: scoprire sé stessi dinanzi a sé stessi, in un atto di limpida nudità della coscienza, è il primo dei passi mediante i quali allontanarsi dal relativo, polveroso e transeunte agone dell’amor proprio. Quindi, è necessario ammorbidire il proprio io: sbiadirne i confini, rendersi meno monolitici, farsi porosi e sperimentare la gioia pura, sine conditio, che solamente il libero congiungersi a ciò che appaga la nostra sostanza può trasmettere. Scovare nell’interiorità uno spazio che consenta il più dolce e gentile dei dialoghi tra l’io e la sua segreta amante. Allargare le braccia, abbandonarsi all’onda. Ecco l’allegro moderato di Mozart: proprio per noi, proprio dentro di noi. Riuscite a udirlo?

Francesco Formigari

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