Per ridere aggiungere acqua (un imprevisto e un pizzico d’umanità)

È possibile insegnare a ridere a un computer? È questa la domanda da cui prende le mosse Per ridere aggiungere acqua di Marco Malvaldi, una delle voci più celebri del giallo italiano. Proprio come dichiarato in copertina, ci troviamo a tutti gli effetti di fronte ad un saggio sull’umorismo e il linguaggio umano: perché prima di poter rispondere a questa domanda, l’autore si lancia in una descrizione del linguaggio, punto di vista imprescindibile per un’analisi sull’umorismo.

Il linguaggio umano non è strutturato; o, meglio, non è strutturato in maniera palese. Le parole che si rincorrono sulla carta non sono legate le une alle altre da puntatori, collegamenti o freccette che le mettono in relazione precisa e inequivocabile, ma piuttosto siamo noi che leggiamo a inferire una struttura invisibile sulla base delle parole e del contesto. […] Un computer, invece, è un ente che calcola, non un ente che interpreta: ogni calcolo per essere eseguito ha bisogno di una relazione precisa, non ambigua, una regola che dati i presupposti dia un risultato. […] Per questo non è facile fare capire a un computer il linguaggio naturale; perché il modo in cui parliamo è aperto, impreciso, incompleto e spesso ambiguo.”

È proprio l’arbitrarietà saussuriana del linguaggio umano a rendere possibile il riso, la sua capacità di non essere un sistema esatto e totalmente prevedibile, il quale difficilmente può essere pienamente inteso da una macchina. Difatti – e qui Malvaldi cita Shannon, padre della teoria dell’informazione – una macchina riesce a comprendere il linguaggio umano unicamente attraverso una previsione statistica, tralasciando completamente il significato delle parole. Ma è proprio a questo livello, ci avvisa l’autore, che si gioca la sfida del riso.

Un’altra caratteristica fondamentale del linguaggio umano è la sua astrattezza, ovvero la sua capacità di non riferirsi unicamente al contesto presente, ma al potersi riferire a contesti passati o futuri, immaginari o reali. Come? Ovviamente attraverso la narrazione, un vero “vantaggio evolutivo” per Malvaldi.

Tutto quello che fa ridere è inaspettato, ma non tutto quello che è inaspettato fa ridere. Una persona che viene investita sulle strisce è sicuramente un evento inaspettato, ma il primo istinto non è di solito quello di riderci. Il racconto dello stesso evento, invece, può risultare autenticamente divertente.

Durante la decodifica di un testo, il lettore – o ascoltatore –  genera delle aspettative su ciò che sta per avvenire. E cosa succede se queste aspettative vengono tradite? Questo è il primo elemento necessario a generare il riso: l’inaspettato. Ma non basta: per provocare una risata bisogna che questo elemento inaspettato sia incompatibile e imprevedibile rispetto al contesto previsto dal lettore. Da questo “divertere“, ovvero nel cambiamento di direzione che il periodo assume durante il suo sviluppo, e dall’attivazione di significati normalmente incompatibili tra loro, deriverebbe fondamentalmente per Malvaldi il riso. Ma c’è dell’altro: affinché si possa ridere c’è bisogno che niente di quanto ascoltiamo metta in allarme il nostro istinto di sopravvivenza. Si pensi al precedente esempio dell’uomo investito sulle strisce: per ridere di una situazione del genere bisogna essere sicuri che questa sia assolutamente astratta e non reale – oppure avere molto cattivo gusto.

Il gioco, come il riso, nasce dalla capacità di separare realtà e finzione. Ed è questa capacità che ci rende umani prima di tutto.”

Da Bergson a Pirandello, da Fosco Maraini a Umberto Eco, da Perec a Borges, dal già citato Shannon agli esperimenti di Tversky e Kahneman, padri dell’economia comportamentale: le fonti e le citazioni di Malvaldi sono tantissime e tutte organicamente integrate nello sviluppo del testo Stilisticamente assai gradevole, mai pedante, e anzi sempre divertente e divertito – come suggerisce il tema –  Malvaldi riesce a produrre un saggio contemporaneamente assai valido e scorrevole, adatto a qualsiasi lettore, anche il meno avvezzo alla lettura saggistica.

Con la giusta leggerezza e capacità umoristica, Malvaldi ci consegna un testo di rara fattura, capace di divertire e allo stesso tempo illuminare su di una caratteristica così peculiare e distintiva dell’essere umano. Perché, conclude Malvaldi, far ridere un computer, almeno per ora, sembra davvero una chimera.

Danilo Iannelli

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