1000 km in bicicletta in solitaria – Episodio 1

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Perché?

Mi sono sentito ripetere questa domanda parecchie volte, sia prima che dopo il mio viaggio. Come se per il fatto di trascorrere dieci giorni e 1000 km a pedalare senza sosta ci fosse bisogno di una ragione precisa. La maggior parte delle persone curiose di conoscere la mia esperienza hanno pensato che, per infliggermi un tale supplizio, doveva trattarsi del frutto di un ultimatum, di una condizione necessaria oppure di un invitante concorso a premi. Dal canto mio, si trattava di una domanda che non mi ero minimamente posto, non c’erano dei motivi in particolare, era piuttosto un’opportunità da cogliere in quel momento per appagare la sete d’avventura che mi anima costantemente.  Si trattava di diventare, per una volta, il personaggio principale dell’avventura che avevo solo sognato o fantasticato: personaggio principale e solitario, perché io ne ho avuto l’idea, io mi sono preparato, l’ho fatto e ci sono riuscito il tutto da solo. Non che mi piaccia la solitudine, in realtà preferisco condividere questo genere di avventure con amici e famiglia; stavolta però ero il solo ad avere il tempo e il modo di cogliere questa opportunità.

Ho dovuto quindi equipaggiarmi e, a conti fatti, il mio ritorno in Francia mi sarebbe costato la metà se avessi saggiamente acquistato il biglietto aereo per Lione, nonostante la bicicletta, pezzo forte di quest’avventura, mi sia stata generosamente offerta da un mio amico di Strasburgo, Hugo. Il materiale tecnico necessario alla riuscita del viaggio, quindi, mi è costato caro, in un Paese che è d’altronde tra i più cari al mondo, la Norvegia. Borse, kit di riparazione e cosciale sono stati un primo investimento; per cercare di risparmiare, invece, non ho comprato il casco, con la scusa, mai smentita, che sono un uomo fortunato. Ho avuto modo di verificarlo più volte durante il mio viaggio, tanto che a posteriori avrei potuto evitare di acquistare il kit di riparazione. Fortunato però non significa immune alla galera: infatti, anche all’alba di un’avventura preparata minuziosamente, l’organizzazione per una tale occasione non può essere lasciata al caso.

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Così, la mattina del 12 giugno, sono partito da Bergen, salutando i miei amici da tutto il mondo: loro erano tristi per la possibilità di perdermi o addirittura di non rivederci mai più, mentre per me la tristezza degli addii, che mi aveva fatto dubitare per l’intero semestre, fu completamente eclissata dall’eccitazione dell’imminente partenza. È stato così che sono salito con la mia bicicletta, fresca di equipaggiamento, in un treno che mi avrebbe portato direttamente nel cuore della montagna, evitandomi in questo modo una porzione di strada lunga e non molto piacevole per uscire da Bergen. Dopo due ore di tragitto sono arrivato alla stazione di Myrdal, nel bel mezzo del nulla norvegese: sì perché in Norvegia c’è di bello che tra le città si stendono le montagne e su di queste ci sono solo paesaggi da togliere il fiato e quasi nessuno che te lo tolga. Tuttavia questa solitudine non mi spaventava, mi sentivo sicuro perché avevo controllato il tragitto e poi mi fidavo dell’applicazione BikeMap che avevo scaricato sullo smartphone. Dopo aver percorso circa dieci metri, distanza per cui diviene necessario ricorrere all’app, mi sono dovuto ricredere: l’applicazione, o meglio la versione gratuita, si è rivelata una sorprendente combinazione di lentezza e inquietante imprecisione. Fortunatamente ho preso esempio dai più grandi avventurieri che mi hanno preceduto e, proprio come Dora l’esploratrice, avevo una mappa cartacea, di quelle che non tradiscono mai. Inoltre, l’efficace segnalazione delle piste ciclabili nazionali norvegesi mi ha di gran lunga facilitato il compito. Peccato che una mappa, per quanto precisa possa essere, non basta a prevedere tutti gli imprevisti che un tale percorso può comportare. L’ho capito a mie spese, dal ventesimo km della mia avventura.

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Di fatti, la conoscenza del terreno nel quale ci si avventura può rivelarsi un fattore essenziale in certe situazioni: ad esempio, l’uso del termine “montagna” in un contesto geografico norvegese avrebbe dovuto mettermi la pulce all’orecchio. Invece, l’idea che potessi trovare la neve, e che questa potesse ostacolarmi nel mio tragitto non mi ha mai sfiorato prima che mi succedesse per davvero. Durante i primi venti km mi sono sentito particolarmente felice, non mi capacitavo di star vivendo la mia avventura, che consisteva nello stare solo in mezzo a paesaggi mozzafiato. La pista – un sentiero di ghiaia molto praticabile – saliva senza sosta a serpentina tra i fiumi e i blocchi di pietre scoscese. Man mano che prendevo quota la neve è apparsa; dapprima timidamente al margine del sentiero, poi un po’ dappertutto, fino ad una curva dietro la quale ho scoperto un enorme ammasso di neve che ricopriva l’intera strada. È così che ho fatto la conoscenza di un nevaio, un accumulo di neve che può durare tutto l’anno senza sciogliersi, nonostante sia al di sotto dei limiti di neve definiti eterni.

Preparato a trovare delle avversità, non mi sono scoraggiato alla prima difficoltà: sono sceso dalla bici e mi sono lanciato nella traversata di questa interruzione nevosa. Tuttavia, mi sono reso presto conto che spingere una bici equipaggiata, in pendenza, nella neve e con ai piedi delle sneaker è un’attività ben lontana dal concetto di piacere. Insomma, mi sono fatto una bella sfacchinata attraverso il nevaio per circa 50 metri.

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Quando finalmente mi sono ritrovato sulla terraferma ero sfinito e mi sono preso la prima pausa del viaggio per riprendermi: fermarmi è stato benefico e, qualche minuto dopo, sono ripartito in forze ma con un’ansia crescente: ho cominciato ad abituarmi all’idea che quagli accumuli di neve fossero solo l’inizio di una lunga serie. Un’intuizione che si è rivelata poi perspicace! La neve che faceva sparire la traccia del sentiero oltre il quale riuscivo a vedere; la tempesta che sembrava volesse raggiungermi prima ancora che io stesso arrivassi al valico; i nevai che mi sbarravano la strada che si estendeva affianco ai pendii scoscesi. Ero appena entrato nel cuore dell’avventura, lì dove la natura si rivela ostile e le nostre decisioni e le nostre azioni possono avere delle spiacevoli conseguenze. L’adrenalina si mescola così ai nostri istinti primari: ovvio che siamo spaventati e stressati, ma la reazione del nostro corpo e del nostro spirito, congiunti, fortunatamente è all’altezza di queste prove obbligatorie. L’abnegazione, la serietà e la forza di superarsi, di cui non siamo coscienti ma che in realtà sono presenti in tutti noi, semplicemente sono addormentati perché la nostra vita quotidiana non li mette mai alla prova.

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Alla fine ho impiegato tre ore per percorrere una decina di km per scendere di nuovo e ritrovare un sentiero sgombro, poco distante dal villaggio di Finse: dopo circa 19 ore avevo quindi ritrovato un centro abitato. Stanco morto, mentalmente sfinito ma anche eccitato di aver finito e essere arrivato a soli 35 km dalla stazione che mi ero lasciato alle spalle nel pomeriggio. La gioia però ha presto lasciato spazio, di nuovo, ai dubbi. Ho scoperto che Finse in realtà è un piccolissimo villaggio dove, eccetto una stazione e un hotel, il resto delle costruzioni è composto unicamente da baite: niente strade e, soprattutto, nessun abitante. Ho pensato così che tutti stessero nelle proprie case per via del freddo, così ho aspettato che la luce del giorno si affievolisse un po’ per andare a bussare alle porte delle baite, nelle quali avrei trovato segni di vita. L’hotel era chiuso perché non era ancora arrivata la stagione turistica: ancora non lo sapevo ma non avrei incrociato nessun abitante tra il mio arrivo e la mia partenza. Si trattava in realtà di un villaggio fantasma, niente più che una destinazione di vacanze nel periodo dell’anno nel quale la pista che ho percorso è percorribile. Mi sono ritrovato dunque solo, lontano da tutto, in mezzo ad un villaggio privo di vita, in un silenzio rotto solo da un treno merci passato a tutta velocità. Stranamente non ho avuto paura ed è proprio in un contesto tale che mi sono reso conto della soggettività dello stress che si può provare di fronte a certe situazioni. Dato che gli eventi vissuti durante la giornata mi avevano messo talmente in pericolo da innescare in me dei meccanismi di sopravvivenza, in confronto una situazione come quella della sera, dove la paura di essere solo è collegata puramente all’immaginazione di un pericolo potenziale, era, per assurdo, insignificante.

In più ho avuto l’inaudita fortuna che la hall della stazione fosse aperta e riscaldata, permettendomi d’installarmi per mangiare i miei panini e dormire su una panchina, per ripartire, il giorno dopo, con la speranza di trovare delle condizioni più favorevoli.

To be continued…

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Tom Forest
Traduzione di Eleonora Valente

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