Soliloquio di plenilunio

Non riuscendo ad addormentarmi
ho fatto prima ad andare a letto tardi
rimanendo sveglio aspettando un segno
piuttosto che disegnarti sul foglio di un sogno.

La marea si gonfia della sua presunta innocenza
ma è rea di prestarsi a scenografia
per il pubblico di stelle
che avido osserva il mio soliloquio di plenilunio,

ma non mi compiacciono i lampi delle loro fotocamere
se l’unico spettatore che aspetto sei tu
che sei così distante da non captare i miei pensieri
o ti scoppierebbero le orecchie per i fischi

stridenti come quelli dei miei spalti insoddisfatti
che si svuotano lasciando il mio teatro tetro nell’oscurità
che cerco di fissare sulla carta con lo spillo di grafite
come in laboratorio una falena traflitta.

Ma il buio senza di te è sinuoso, liquido, avvolgente,
si insinua nelle crepe del soffitto,
gocciola dal rubinetto perdente, traborda
e volente e violento travolge tutto ciò che era asciutto.

Mi affoga nei miei migliori sogni,
nelle umide perle che impreziosiscono il cuscino al mattino,
nei lattiginosi abissi di pensiero che si spalancano
sotto le palpebre quando si serrano gli occhi,

nei fiumi di memorie che alimentano oceani di nostalgie,
e dalla foce mi spinge a largo,
distante dalle sponde spoglie ma sicure
di un presente troppo arido

dal quale ho osservato per mille anni e una notte
il volto della luna,
inutilmente, se sei così lontana
che sul tuo viso splende già il sole.

Paolo Palladino

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