La lotta contro il capitalismo artistico che (forse) è capitalismo per definizione?

«Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno», non vi è frase migliore per poter definire in pieno quanto vi sia dietro l’etica e la moralità del nostro ambiguo personaggio Banksy.

Famoso per aver iniziato in Inghilterra a diffondere la sua idea rivoluzionaria di street art, dove l’arte è ovunque, dove l’arte non ha di certo bisogno di essere rinchiusa dentro un museo.
Tendenzialmente le sue opere sono espressione di terribile voglia di rivalsa, cercando di sfidare i meccanismi odierni: capitalismo, società viziata di se stessa, sviluppo di meccanismi tristi che entrano all’interno di tutto ciò che è sinonimo di egocentrismo.

Ecco, da qui però è interessante vedere quanto in realtà, per quanto vogliamo cercare di sfuggire da meccanismi che sono insani sia praticamente impossibile non far parte di una cornice troppo forte da essere combattuta.

Proprio qui, in queste modalità, un’opera dello stesso Banksy viene venduta per circa 1.042.000 sterline (1.180.000 euro), e in questo riconferma quanto questo meccanismo sia più forte dello stesso artista che da più di 10 anni cerca di uscire dai canoni commerciali artistici.
Non importa se si intrufola all’interno dei musei per appendere opere fake accanto alle originali, non importa se dipinge sui muri di Israele provando a raccontare il senso di “apartheid”, o se cerca ostinatamente di mantenere una verità nascosta.

Il punto saliente della questione però è da capire quanto l’artista, in questo caso, sia realmente disinteressato alla propria popolarità.

Durante un’asta così importante come quella a Sotheby’s come poteva passare inosservato un gesto del genere: immediatamente riporta sul proprio instagram la foto stupita degli acquirenti che vedono circa 1 milione distruggersi da una cornice che automaticamente tagliuzza l’opera “bambina con palloncino”.

Geniale se ci pensate: proporre un’opera in un’asta per vederla distrutta circa 1 minuto dopo l’ultima offerta.

Le reazioni al primo post sono circa di 870.373, il post “Going, going, gone”, ovvero le parole dette prima della vendita finale e poi un secondo post il giorno con circa 6.129.503 visualizzazioni dove si vede l’esatta preparazione della cornice che possedeva già al suo interno denti affilati pronti a distruggere l’opera accompagnata da una frase di Picasso: “The urge to destroy is also a creative urge”

La cosa più paradossale?

Si legge che attualmente il pezzo possa valere quasi il doppio di prima: so bene che fare i “cinque stelle” pronti a gridare al complotto possa essere ormai semplice nei giorni odierni, ma se dovessimo realmente trascurare la natura hobbesiana che ci rappresenta come possiamo pensare che il sottoscritto artista non abbia semplicemente ragionato in una mossa forse ancora più capitalistica del capitalismo stesso che prova a combattere?

Quanto torna conto economico potrà avere questa mossa, visto che non si capisce esattamente da chi e da come è stato messo in atto, dove è anche difficile capire chi è l’agenzia e portavoce dello stesso Banksy.

In ogni caso, il messaggio è stato lanciato, i repost sono alle stelle e per quanto ne possiamo dire Banksy con questa mossa aumenterà ampiamente il suo successo mondiale e forse lascerà dentro ogni battitore d’asta un valore aggiunto nel significato di “commercio di arte”.

Giulia Olivieri

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