Il ritorno di Noé: Climax di sangue e furore

Lo si ama o lo si odia: Gaspar Noé non fa sconti a nessuno, specialmente quando si tratta di creare il delirio totale in immagini.

Love, il suo penultimo film, poteva essere accusato di fissità, lentezza e di debolezza ritmica ma fin dal preambolo la sua nuova opera Climax parte da tutt’altre premesse. Si trovano innanzitutto la neve, l’isolamento, il sangue, la parodia della Gymnopédie I di Erik Satie, le urla disperate di una ragazza.

Il tempo si fraziona, abbiamo il tempo di conoscere tutti i protagonisti: ballerini giovani e prestanti, pronti a sfondare, scopare, sfogarsi in una serata prima della tournée. Chiusi in una scuola di danza dove si slanciano in mirabolanti coreografie, vengono investiti dalla botta della droga che era stata messa di nascosto da qualcuno di loro nella sangria e che apre le porte dell’Inferno.

The Dionysian is no picnic”: così afferma Camille Paglia e Noé non potrebbe essere più d’accordo, visto che il delirio in cui porta i suoi personaggi sa di rituale con tanto di sparagmòs.


La fotografia di Benoît Debile è un capolavoro di iperrealismo e di uso della steadycam: la direzione attoriale coniugata alle luci forti e nitide così care a Noé è perfetta per tempismo, preparazione, immedesimazione. Sofia Boutella (1982), ballerina e attrice franco-algerina, è quella più esposta allo sguardo della camera nel suo ruolo di Selva, quella che più ha fatto parlare di sé per presenza e per la costruzione di una carriera che qui aggiunge un altro tassello importante e fondamentale.

La claustrofobia è una nota importantissima per sentire il film: l’assenza di stacchi significativi per la maggior parte della durata aiuta nella percezione degli spazi chiusi, del tempo oppressivo e che tutto distrugge, come il regista stesso ama ripetere sovente.

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I corpi si disfano come le lucidità, è tutto un percepire la calca, l’orrore dei tagli, del sudore: il film evoca più l’emozione, il disorientamento del capogiro e l’olfatto che il tatto, il quale però ha la sua parte nelle scene più crudeli.

Allucinato è anche il ritmo: dilatato e dedicato alla danza nella prima parte, con un colpo d’ali in seguito ad un’ellissi fortissima ci porta allo scoppio della follia con cui scatta il gioco al massacro.

Presentato al Festival del Cinema di Milano in anteprima italiana, Climax si presenta come uno dei film migliori di Noé, speculare ad Irréversible (2002) perché punta pur nella sua frammentazione ad una resa graduale e metodica della degradazione psicofisica e della violenza.

Non interessato ad una metafisica, Noé accarezza il terrore del sacro senza romanticizzare o cercare un aldilà: tutto è carne come in Sade, pronto alla distruzione e al disfacimento. La sua forza è farci sentire l’esaltazione così tanto attribuita al divino perché non umana, spinta alle ultime conseguenze, riaffermando la morte fin dentro la vita: cosa che sarebbe piaciuta a Bataille che aveva amore dell’eccesso ed era attratto dalla vertigine dell’inorganico.

Antonio Canzoniere

 

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