Un piano Marshall per l’Africa

I governanti di oggi sono convinti di dover compiere scelte epocali dettate dai “tempi interessanti” che stiamo attraversando, e che queste scelte garantiranno loro un posto nei libri di storia. Questo impeto li porta a dare nomi altisonanti ai provvedimenti che prendono, e l’ultimo esempio di ciò è l’utilizzo della forma “Piano Marshall” per qualunque questione risulti essere anche minimamente problematica. In attesa del “Piano Marshall per macchine in seconda fila” o problemi analoghi, solo negli ultimi due anni in Italia si è parlato di “Piano Marshall per i giovani”, di “Piano Marshall per le buche” a Roma (qui non del tutto a sproposito) e ultimamente, a causa della crisi dei migranti, di “Piano Marshall per l’Africa”. Per quanto sia facile da dire e rassicurante, al momento non esiste nulla di fattuale e ci sono buoni motivi di pensare che non ci sarà per un bel po’.

La Cooperazione secondo l’Unione Europea

Fino a poco tempo fa il principale strumento di cooperazione dell’Unione Europea con l’Africa era il Fondo Europeo di Sviluppo, nato nel 2000 da un accordo con scadenza 2020 tra Unione Europea e 79 stati di Africa, Caraibi e Pacifico, la Convenzione di Cotonou. Sebbene il fondo abbia i suoi limiti (sono discutibili alcuni dei progetti interessati), presenta un budget abbastanza elevato (30.5 mld di euro per il periodo 2014/2020) da permettere progetti di sviluppo sul lungo periodo al pari di quelli lanciati da Brasile, India e Cina, paesi di cui l’UE critica i modelli di sviluppo in Africa. Poi con la crisi dei migranti del 2015, tutto in Europa sembra essere cambiato. A novembre dello stesso anno nasce il “Fondo Fiduciario dell’Unione Europea per l’Africa”, in occasione del vertice de La Valletta sulle migrazioni. Il Fondo Fiduciario per l’Africa è stato definito un provvedimento d’emergenza, con un budget ad oggi di circa 3.3 miliardi di euro, infinitamente inferiore rispetto al fondo di sviluppo. Il 73% di questa cifra proviene direttamente dal Fondo Europeo di Sviluppo, il restante 27% da altre voci del bilancio UE. Ma allora perché creare un nuovo fondo meno ricco, che sottrae risorse al Fondo di sviluppo, e renderlo il principale strumento di intervento in Africa? La risposta è semplice. Nei progetti finanziati dal Fondo Europeo di Sviluppo, i paesi riceventi hanno diritto al voto sull’approvazione degli stessi, nei progetti del Fondo Fiduciario no. In più, 400 mln di euro del Fondo Fiduciario sono destinati a un non meglio precisato ma dal significato facilmente intuibile “Migration management”, che supplisce all’assenza di riferimenti all’argomento “migrazioni” negli accordi che portarono all’istituzione del Fondo Europeo di Sviluppo nel 2000. A questo punto dovrebbe risultare evidente ai più che tra gli scopi del fondo fiduciario è rintracciabile quello che a parole è un argomento tabu per molti all’interno delle istituzioni europee ma che nei fatti è stato ampiamente sdoganato, e che risponde al nome di esternalizzazione delle frontiere; una versione economica del patto stipulato con la Turchia di Erdogan, ma questa volta le condizioni le detta l’Europa. Si potrebbe pensare che questo orientamento alla spesa per il contenimento dei migranti sia dettata dalla natura emergenziale del Fondo, ma l’Europa ha già reso nota, tramite alti funzionari del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (EEAS), la sua intenzione di dare molto peso alle politiche di migrazione nelle future negoziazioni sul patto che andrà a sostituire la convenzione di Cotonou di prossima scadenza. In questo modo si potrebbe ufficializzare la politica del tenere i confini dell’Unione Europea al di sotto del Mediterraneo e se possibile del deserto, affidando a paesi come il Niger o la Libia il controllo dei flussi. Tutto ciò sottraendo risorse a progetti che potrebbero far sì che i migranti non partano. Di fronte a questo, quando Donald Trump parla di muri lungo il Sahara appare molto meno grottesco. Purtroppo però questo piano non è frutto della negligenza dei quadri europei, ma della volontà deliberata di inseguire interessi di brevissimo termine come la vittoria di un’imminente tornata elettorale.

Il modello italiano


Come capofila della Politica dell’”aiutiamoli a casa loro”, il governo italiano non poteva di certo esimersi dal formulare la sua proposta sulla soluzione dei problemi cronici dell’Africa. Lo fa nella persona di Matteo Salvini, che in un’intervista balneare a Sky TG24 quest’estate dichiara: “Stiamo preparando un progetto che prevede almeno un miliardo di spesa e di investimento per sostenere l’economia e il lavoro per centinaia di migliaia di persone in Africa, soprattutto puntando sull’agricoltura sulla pesca e sul commercio”. La cooperazione italiana si rilancia quindi con investimenti per un miliardo di euro? Ancora una volta purtroppo restano parole che non trovano conferma in nessun documento ufficiale, e permane la sensazione che al momento non si voglia (o possa) agire alla radice del problema, anche a costo di perseguire politiche migratorie inefficienti. Un grande piano per l’Africa al momento non esiste, e fingere il contrario è controproducente. Per chi lo fa, si suggerisce un piano Marshall delle coscienze.

Joel Paqui


Sitografia:

https://ec.europa.eu/europeaid/regions/africa/eu-emergency-trust-fund-africa_en

https://www.youtube.com/watch?v=jO6-yrjrZBc

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