La maledizione del primo ottobre

Pensaci. Meno di un mese fa stavi al mare. E non è “meno di un mese” tanto per dire: soltanto 29 giorni fa eri a bagnomaria in Salento. Meno di un mese fa faceva così caldo che Frodo e Sam si sono affacciati sull’orlo della tua stanza per gettarvi un anello, c’era chi si professava condizionatorista e i ghiacciai dell’Antartide non sarebbero bastati per rinfrescare un solo Martini.

Ora ti affacci dalla finestra dell’aula e ti sembra di aver cambiato nazione: la temperatura alle 6 del mattino si aggira intorno ai -273 gradi e piove come nel finale di un qualunque film americano in cui il protagonista torna dalla guerra ferito ma ferito poco tipo solo un graffietto sulla guancia e un po’ di polvere camminando con passo epico: gli studenti in ritardo devono prendere in prestito i barconi dai migranti libici per attraversare le pozzanghere davanti al cancello, una nave della marina italiana (la celeberrima nave Diciotto, sogno di molti universitari all’ultima spiaggia) è ormeggiata di fronte ai cancelli della facoltà perché un inserviente delle pulizie con un felpone verde tiene in ostaggio i passeggeri. O forse neanche piove, sono le tue lacrime. No, no, piove davvero. E secondo alcuni che hanno fatto della presunta onestà una bandiera da difendere a costo di ogni altra competenza neanche si può avere la consolazione di sospirare “Piove, governo ladro”.

Solo una cosa è rimasta immutata da agosto: le zanzare. Le vedi volare con l’eskimo e i guanti, ma resistono stoicamente e continuano a banchettare lautamente sulle parti più sensibili dei malcapitati (quali lobo dell’orecchio, pelle che congiunge indice e pollice, punta del naso), rese iperattive dall’alto tasso di caffeina nelle vene degli studenti. Settembre è finito, ora non ci sono più scuse: sei davvero di nuovo in facoltà, sul serio, senza alibi.

Entri in aula, strizzi il giacchettino ex-bianco-ora-grigio-smog che hai messo perché è l’unico capo del tuo armadio che non sia a maniche corte. Nonostante il gelo polare, i poteri magici del tessuto sintetico ti hanno fatto sudare più di Nibali sullo Stelvio, più di un tricheco che fa running nel Sahara, più di Giuseppe Conte da quando si è ritrovato Presidente del Consiglio. Vabbè, in quest’ultimo caso ci voleva poco.
Una troupe di Voyager insiste per fare un servizio sul retro della tua camicia, dove pare si possa nascondere una nuova Sacra Sindone. Lasci cadere la borsa a terra e subito sfonda il pavimento, uccide una matricola che stava passando al piano terra, fora il nucleo del pianeta e salta in braccio a una blogger in Australia. Tornerà tra qualche secondo, giusto il tempo che anche lei la riposi a terra.


L’unica cosa che ti può consolare è il chiacchiericcio confuso durante il quarto d’ora accademico, il momento in cui ristabilisci il contatto con gli altri compagni di sventura perduti di vista durante il grande eccidio della sessione autunnale. Ti rilassi. Grave errore.

Il professore dorme in aula, vi ha preso la residenza: se non l’hai visto è solo perché sta dietro alla cattedra ed è più basso di questa. Né un “Dobbiamo parlare” né un “Inutile che provi a non andare verso la luce bianca, è lei che ti viene incontro” avrebbero potuto angosciarti di più del suo acidulo “Buongiorno”. Il sorriso di Dolores Umbridge è quello sincero e gioioso di un bambino quando rivede la mamma rispetto al suo.

Ti siedi, e affianco prende posto un signore anzianissimo, che non hai mai visto prima. “Piacere, sono il Tempo. Oggi nun me va de mòveme, attàccate. E nun penso me andra’ de fàllo pe’ ‘m ber po’”.

Sarà un anno lunghissimo.

Paolo Palladino

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