Guardandolo ho provato una tristezza diversa; emanava una disperazione profonda, azzurra nei suoi occhi sconfinatamente vuoti, spenti. Sembrava incapace di parlare ormai: lo sguardo sull’anima a terra come uno straccio; trascinava la sua ruggine, relitto, senza futuro. La morte la temeva, si capiva dalla paura delle sue rughe contratte, dalla bocca amara e chiusa, dagli occhi spalancati al riflesso di orizzonti desolati, deserti. Disabitato come un vecchio faro, era muta la sua luce, abbandonata; aveva un tatuaggio sul braccio, la sua unica voce, la sola storia che avesse il coraggio di raccontare. Una vergine, il suo velo incerto, gli occhi piccoli e neri da icona corrotta dal fuoco, l’indifferenza, in un sorriso assenza di fede e vendetta, senza il bambino tra le braccia. La sua fede era miseria, fede di terra, di sale, fatta di sangue sulle labbra, lui era ombra, l’ombra di una bestemmia: la madre odiò il cielo lasciandolo alla carità delle suore, lasciò una lacrima, un bacio, legò al suo polso ali nere di libellula, lo lasciò per non vederlo perdersi. La vita tra la sfortuna e le soglie del mare era il suo ultimo, unico avere. Stringeva come un’ostia il palo della metropolitana, si guardava le mani. Non so cosa provasse, sembrava leggere quei segni, le cicatrici, gli errori incisi sulla pelle, sembrava ricordare e compatire e soffrire dimenticando, raccolto in un silenzio colpevole: la sua condanna un esilio, la follia. Marinaio, naufrago,  quante volte sei morto, quante volte ancora morirai?

Lorenzo Pironi

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