La Versailles del mondo antico

Noi conosciamo Nerone per la follia, le tinte oscure che Tacito e i suoi colleghi usavano per farne un ritratto il più possibile in nero, da tiranno con manie ed estetiche tutte orientali.

Gli storici moderni ne hanno una visione più asciutta ma nondimeno un fattore è innegabile: Nerone aveva gusto. I suoi amori artistici guardavano ad Alessandria e allo sfarzo tolemaico, non alle residenze del Palatino che avevano ancora un assetto da case aristocratiche e non degne effettivamente di un imperatore.

Ad uno status specifico spettava una casa corrispondente: l’imperatore aveva già avuto idea di costruire la Domus Transitoria che collegasse i giardini di Mecenate al Palatino ma nel 64 d.C l’incendio disastroso dell’Urbe diede una svolta agli eventi. Nerone dimostrò un’energica iniziativa per ricostruire la Capitale ma pur sempre a modo suo: s’era già fatta strada in lui l’idea di creare la sua reggia.

Le nuove strade di Roma dovevano essere grandi, più larghe e più ariose per non permettere altri incendi: nondimeno si continuò a crepar di caldo. Ma il nuovo Cesare voleva per sé il meglio: la villa urbana (rus in urbe) arrivò quasi ad 80 ettari, con un giardino di delizie di matrice ellenistica con un parco immenso per la gioia di cervi ed animali selvatici.


DOMUS-AUREA_2

Le strutture s’estendevano dal vestibolo a ridosso del Palatino con un quadriportico avente al centro un colosso di Nerone come il dio Elio, per poi raggiungere l’Esquilino. Seguiva un lago artificiale che prosciugato avrebbe poi dato l’avvio sotto i Flavi ai lavori del Colosseo.

La Domus Transitoria venne inglobata nella nuova struttura sul Colle Oppio, che presentava un cortile con un portico su tre lati. Dall’ala degli appartamenti si passava poi al Cortile Pentagonale su cui s’affacciava la Sala dalla Volta Dorata. Ad un estremo del palazzo si trovava inoltre la Sala Ottagonale, con una cupola cementizia di 14 metri con un oculo centrale e circondata da un deambulatorio che collegava a cinque ninfei.

Decorazioni pittoriche arrivateci in 30mila metri quadrati superstiti riportano agli occhi dei moderni i capolavori concepiti dal pittore Fabullo, che collaborò con gli architetti Celere e Severo, autori perfino di un sistema di condizionamento atto a profumare le stanze da pranzo.

Nerone abbellì la reggia con la sua collezione di statue di Prassitele, il gruppo dei Galati, la Venere Callipigia ed il Laocoonte ritrovato poi nel 1506 nella vigna de Fredis sull’Oppio.

Ma il simbolo del potere e dello sfarzo di Nerone non poteva attrarre il popolo né i successori: la villa venne smembrata dopo il suicidio dell’imperatore nel 68 d.C.. Parte del materiale venne usata per le Terme di Tito, quelle di Traiano e l’Anfiteatro Flavio sorse nei pressi del Colosso poi trasfigurato. Il volto di Nerone non sarebbe più stato quello del dio Sole, per la gioia dei nuovi regnanti e di Marziale.

Antonio Canzoniere

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