Sentii le urla provenire dall’ippodromo, era ancora buio, aprii la portafinestra e mi affacciai al balcone. Vidi che c’era un ragazzo, circondato da quattro agenti che lo colpivano con i manganelli, lui tentava di divincolarsi ma nulla, prendendolo per i capelli lo buttavano a terra e picchiavano, picchiavano, picchiavano. Ormai era immobilizzato al suolo non più in grado di nuocere a nessuno.

Stoc! Stoc! Stoc! Brandivano i manganelli e lo colpivano a ripetizione: Stoc! Stoc! Stoc! Incredula e terrorizzata, mi spostai nell’angolo di terrazzino più vicino al cancello, davanti al quale mi si presentava quella scena tremenda. Stoc! Stoc! Stoc! Stoc! Stoc! «Aiah! Basta! Basta!» La donna si sedette in terra ai piedi del ragazzo continuando a manganellare piedi e caviglie, un altro gli era seduto sulle cosce e colpiva, colpiva, colpiva. Mentre il terzo gli teneva ferma la parte superiore del corpo, l’ultimo era rimasto sempre in piedi accanto alla volante, entrando ed uscendo dalla macchina diverse volte. Quando usciva dal mezzo si avvicinava al giovane sferrandogli calci e pestoni.

«Aiah! Basta! Aiuto!», il ragazzo cominciò a respirare con fatica. Stoc! Stoc! «Oh fer… C’è del sangue a terra!». «Mica siamo stati noi è la roba!». Andarono avanti per cinque minuti, poi lo girarono e lo ammanettarono coi polsi dietro la schiena, uno gli si mise sul dorso con le ginocchia, quello in piedi giù ancora di calci e la ragazza sulle caviglie. Stoc! Stoc! Stoc! «Basta! Basta vi prego!» ma niente… «Aiuto! Aiuto! Non riesco a respirare» diceva ansimando. I quattro sembravano non sentirlo.

Io ero impietrita. Perseverarono in questa ignobile condotta dieci minuti almeno, mentre lui agonizzante rantolava. «Ragazzi ci sono delle luci accese! Moderate! Moderate!», iniziarono quindi a calmarsi pian piano, fino a fermarsi del tutto. Il ragazzo era immobile a terra, non si muoveva, non parlava, non respirava, a quel punto gli tolsero le manette e chiamarono il 118.

L’agente rimasto in piedi, risalì sulla pantera e chiamò via radio la centrale: «Questo è un pazzo duro, c’ha spaccato anche la macchina, spaccato una portiera, un vetro, tutto! Abbiamo una lotta di mezz’ora con questo! Lo abbiamo bastonato di brutto perché… Adesso, solo che adesso è svenuto, non so è mezzo morto, è svenuto! Niente il fatto è questo, adesso arriva l’ambulanza vediamo un po’!».

Pochi minuti dopo giunse sul posto l’ambulanza e i due infermieri iniziarono le manovre, «Ciao come ti chiami? Mi senti?». «Non c’è battito, non sento il polso, non c’è battito!». «E’ incosciente! Aspet… Chiamo il medico!». In meno di cinque minuti arrivò anche la dottoressa, iniziò subito la ventilazione ed il massaggio cardiaco. Col passare del tempo aumentavano tensione e paura, perché il ragazzo non riprendeva a respirare. Trascorsero dieci interminabili minuti nei quali il medico non riuscì mai a ristabilire il battito, infine si fermò e guardando gli infermieri disse: «Niente! E’ morto!».

Si spense così all’alba del 25 Settembre 2005, su un lembo di bitume grigio a poche centinaia di metri da casa, un ragazzone di appena diciotto anni. Si chiamava Federico! Federico Aldrovandi!

Luca Fiorentino

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