Formula Uno: considerazioni intorno al Migliore

Le vetture corrono lungo il rettilineo principale e tagliano l’una dopo l’altra il traguardo. La gara giunge al proprio termine e la folla leva verso il cielo grida ed esultanze, manifestazioni di giubilo che accordano con spontanea allegria il principio della festa destinata a consumarsi sul podio. Ineluttabilmente, la voce del cronista di turno guadagna il telespettatore e gli spiega che la gara è stata conquistata dal migliore. Né il profilo del pilota né il suo percorso, durante i frementi attimi della vittoria, ricevono particolari attenzioni. Ha vinto il migliore, e ciò che conta è annunciarlo; anzi: urlarlo a squarciagola, dilatando il più possibile l’intenso divampare dei sentimenti. Ha vinto il migliore.

Nulla di nuovo, vero: la sequenza in esame ha accompagnato e accompagna tuttora tanti tifosi televisivi durante le ultime fasi di qualsiasi Gran Premio. Purtroppo, per coloro che pagano l’abbonamento a Sky il rituale include anche il nauseante commento di Carlo Vanzini, forse il cronista più irritante che l’intera galassia abbia mai conosciuto. (Come sopportare, d’altronde, un personaggio che per due terzi del weekend di gara profetizza faziosamente la vittoria della Scuderia, e poi si contraddice per mero scrupolo nei confronti del codice della sua professione quando assiste all’ennesima prova di talento sfornata da Hamilton? Mistero.) Nell’istante in cui il vincitore di turno viene incensato con il titolo di “migliore”, intere cloache si spalancano e cominciano a riversare i loro flussi maleodoranti tra le strade del web: dai social network ai blog specializzati, nulla si salva. Non esistono rifugi che consentano di ripararsi dai colpi di mitragliatrice e dalle bombe a mano: sfuggire alla barbara lite riguardante “il migliore” è impossibile. I sostenitori delle diverse scuderie si affrontano senza pietà: campioni dalla reputazione che fino a pochi attimi prima pareva incrollabile si trasformano in banali automobilisti della domenica, e piloti dalla fedina più che macchiata assurgono in un baleno alle più candide sfere del Paradiso. Le accuse di complotto, di fortuna o di imbroglio si spargono con ritmo frenetico. Il rancore e le recriminazioni sbocciano senza posa.

È chiaro: nel panorama legato alla Formula Uno, la figura del “migliore” occupa una posizione altamente controversa, simile a un polo d’attrazione che non esaurisce mai la propria carica magnetica. Alcune domande, allora, non possono che sorgere con facilità. Chi è il “migliore”? Esiste veramente un “migliore”? Come si può definire il “migliore”?

Prima di abbozzare qualche risposta – ossia le “considerazioni” menzionate nel titolo – è necessario introdurre un paio di premesse. Queste misere righe non si propongono di estinguere la figura del “migliore”: si tratta, infatti, del frutto derivante dai moti passionali che attraversano intere masse di tifosi, una sagoma che ne fende e sorregge con costanza gli infiniti dibattiti, un profilo al quale sono da sempre affezionati e che nutre in maniera strutturalmente rilevante la materia emozionale di cui il tifo stesso si compone. Al di là di qualsiasi consapevolezza razionalmente agguantata, la figura del “migliore” continuerà a prosperare nel suo fascino romantico, immancabile tassello del discorso sportivo. Lo scopo di questo testo, quindi, non sta nel tentativo di squarciare irrimediabilmente una tela alla quale tanti sono legati, ma nella volontà di placare gli slanci più violenti che accesi di quanti vorrebbero mettere le proprie mani sulla tela di cui prima: ad summam, installare un sottile cordone fatto di pacata pensosità, sperando che alcune esasperazioni – ree di aver rovinato più volte le discussioni post-gara – si addolciscano. Vasto programma, obietterà qualcuno ricordando la celebre replica con la quale De Gaulle, secondo il leggendario aneddoto, avrebbe risposto al grido “Mort aux cons!”. A tale “qualcuno” rivolgo un sorriso di complice simpatia e duplice ironia.


Identificare un “migliore” significa ricorrere quantomeno a un criterio: certo, esiste anche chi si limita a cavalcare l’onda interiore del mero istinto, ma generalmente una variabile più rilevante di altre viene individuata. Una risposta molto nitida e solida è quella derivante dalle fredde cifre, dalla statistica dura e pura: numero di titoli, numero di vittorie, numero di podi, numero di partenze al palo, numero di gare completate in zona-punti, ecc. In questo senso, uno soltanto, universale e incontrovertibile, è il nome che si delinea all’orizzonte: Michael Schumacher. Dall’alto dei suoi sette titoli mondiali, irrobustiti da novantuno vittorie e centocinquantacinque podi, Schumacher si pone come il re indiscusso. (La minaccia Hamilton, però, comincia a rendersi incombente.) Non pochi, dinanzi all’elezione di Schumacher, sarebbero disposti a ordire feroci sollevazioni: è bene rammentarlo. Accanto al criterio di matrice statistica, infatti, si staglia il criterio basato sulle azioni realizzate in gara: sorpassi estremi e impavidi, trionfi schiaccianti, gare conquistate tramite guizzi inattesi, partenze dalla prima fila ottenute forzando oltre ogni limite le proprie potenzialità e quelle della vettura. Seguendo questo percorso, i pensieri raggiungono con prontezza un pilota che colmò di successi soprattutto la storia della gloriosa McLaren-Honda: Ayrton Senna. Uno dei vertici legati alle prestazioni di Senna è sicuramente costituito dal famoso giro che il brasiliano segnò a Monaco il 14 maggio 1988: una manifestazione di maestria che all’epoca galvanizzò intere schiere di tifosi e sbalordì gli stessi avversari del campione, Alain Prost in primis. Senna raccontò di essere sprofondato, giro dopo giro, in una condizione di trance assoluta: “Era come se la pista fosse diventata un tunnel e io la stessi attraversando sfiorandone i lati”, spiegò ai giornalisti. Tra i tanti i piloti avvicinatisi al titolo di “migliore” mediante la strada delle prestazioni sfoderate in pista, poi, non si possono dimenticare figure quali Gilles Villeneuve, il rocambolesco canadese dalla guida pirotecnica che sedusse l’intuito di Enzo Ferrari, o Nigel Mansell, il grintoso ed energico Leone d’Inghilterra che firmò numerose vittorie per la Williams. Più recentemente, alcuni vedono già nell’irrequieto Max Verstappen, autore e di manovre spettacolari e di imprese più trascurabili, un pilota che nei prossimi anni potrà agilmente contendersi l’agognato status di “migliore”. Non termina così, però, la disamina inerente ai criteri di scelta: come dimenticare chi chiama in appello l’immedesimazione? Nel sostenere la bravura di un pilota, infatti, può acquisire notevole rilevanza il grado di identificazione con il quale il tifoso si riconosce nel pilota stesso. In questo senso, un’opposizione facilmente individuabile è quella che oggi scinde la figura di Sebastian Vettel da quella di Lewis Hamilton. All’apparenza, potrebbero essere posti sul medesimo piano: hanno un’età simile, ed entrambi hanno conquistato (finora) quattro titoli mondiali a testa. Tuttavia, considerando meglio le loro dichiarazioni e l’immagine di sé che hanno fornito nel corso degli anni, non potrebbero risultare più diversi: Vettel ha una moglie e due figlie, ama la tranquillità, non disdegna la vita “normale” di tutti i giorni, è un appassionato di auto d’epoca, considera Schumacher il suo idolo, gioca a backgammon e ha più volte palesato, soprattutto nell’umorismo rivelato durante le conferenze stampa, una singolare arguzia; Hamilton, invece, ama gli ambienti mondani, possiede un lussuoso jet privato, apprezza i gioielli e la moda sofisticata, non rinuncia al mondo dei social network, ha confessato che in futuro gli piacerebbe dedicarsi alla musica hip-hop, e in più occasioni – come il suo idolo Ayrton Senna – ha manifestato una forte tendenza alla spiritualità e al misticismo. Simile all’immedesimazione è la simpatia, che però non si basa sulla tendenza all’identificazione, ma sullo sviluppo di un sentimento simile a un affetto amicale, quasi familiare. Un caso emblematico è quello relativo a Robert Kubica: nonostante l’incidente a causa del quale è stato costretto ad abbandonare le corse risalga al 2011, gli irriducibili sostenitori del pilota non dimenticano mai di presentarsi sulle tribune e di esporre qualche bandiera polacca accompagnata da messaggi di incoraggiamento. Per tali tifosi, nonostante il loro beniamino non corra da anni e abbia guadagnato una sola vittoria in carriera, Kubica rimane il “migliore”; anzi: un “migliore” sui generis. Conclude la carrellata il criterio più distintivo, ossia il criterio che fa appello al circoscritto ambito delle circostanze: si tratta, dunque, di considerare il “migliore” in rapporto a un certo duello o a un determinato Gran Premio, oppure rispetto a un intero mondiale o in relazione a un periodo storico ben definito. Il criterio in esame permette analisi piuttosto bilanciate, ma non dev’essere affatto considerato privo di tortuosità: seguendone i sentieri, infatti, non risulta possibile scampare alle ambiguità, al relativismo e ai dilemmi. Se Fernando Alonso, durante un Gran Premio nel quale debba accontentarsi di gareggiare con le vetture di metà schieramento, esegue manovre notevoli, dev’essere considerato migliore persino del vincitore dello stesso Gran Premio? Oppure il vincitore del Gran Premio, quasi esistesse un’incontestabile legge, merita sempre, almeno rispetto al limitato contesto della gara, il titolo di “migliore”?

È chiaro: già le più semplici mosse del pensiero risultano sufficienti a vanificare qualsiasi tentativo rabbioso e assolutistico di definizione del “migliore”. Calando tale figura all’interno delle reti della ragione, la debolezza della stessa affiora rapidamente: che cosa rimane, allora, del “migliore”? Un profilo dai contorni sbiaditi, alimentati più dal sogno che dalla realtà. Il “migliore” corrisponde a una figura polimorfa quanto una massa d’acqua e capricciosa quanto un folletto, ma somiglia pure a un colossale mito dalla consistenza ectoplasmatica che gli appassionati e i giornalisti, nel corso del tempo, hanno forgiato e con l’intento di liberare i propri sentimenti e con lo scopo di sacralizzare in chiave storica i personaggi che più hanno scatenato l’ammirazione delle grandi folle. Questa consapevolezza dovrebbe costituire l’imprescindibile fondamento di qualunque discussione tra tifosi, e dovrebbe riuscire a chiudere anche i rubinetti dai quali solitamente fuoriescono litri e litri di fiele. Ecco l’augurio che vi rivolge l’autore di queste righe, sperando che la passione sportiva possa sempre essere un pacifico momento di piacevole entusiasmo.

Francesco Formigari

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