Alla luce degli attacchi delle potenze occidentali avvenuti in Medio Oriente negli ultimi anni, principalmente dallo scoppio delle Primavere arabe, ci si rende conto che ai confini dell’Europa troviamo il più caldo fronte di guerra del mondo.

Un fronte difficile da analizzare, difficile da tracciare, di dimensioni variabili, proprio come la realtà geografica dell’area cosiddetta del Medio Oriente.

In passato gli storici e i geografi occidentali utilizzavano la denominazione Medio Oriente per indicare i territori compresi tra il Golfo Persico e l’Asia sud occidentale. In questo quadro il Medio Oriente costituiva, insieme al Vicino Oriente (dal Mediterraneo fino al Golfo Persico) e al Lontano Oriente (dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico), una delle tre grandi partizioni in cui l’Occidente suddivideva l’Oriente.

A partire dalla metà del Novecento l’espressione Medio Oriente ha iniziato a essere riferita a un insieme molto più ampio di territori compresi tra la Libia, la Penisola Arabica e l’Iran, passando per l’Egitto e il Sudan, Israele e la Palestina, il Libano, la Siria, la Giordania, la Turchia e l’Iraq.

A questa lunga lista di paesi si sono aggiunti in seguito, con un uso ancora più largo del termine, la Tunisia, l’Algeria e il Marocco a Occidente e l’Afghanistan e il Pakistan a Oriente. In anni recenti è diventata di uso comune la formula Grande Medio Oriente, che indica la vastissima area che dal Mediterraneo orientale e dal Golfo Persico si estende verso il Mar Caspio e il Caucaso fino ai confini occidentali della Cina.

La denominazione e il significato di questa entità geografica detta medio-orientale sono quindi sicuramente esempio di eurocentrismo e pongono problemi ben più complessi che la necessità di tracciare confini nazionali.

In questo senso è come se l’Occidente (e quindi per decine di secoli l’Europa principalmente) avesse creato il Medio Oriente, proiettandoci dentro le proprie paure e i propri sogni.

La tesi più famosa riguardo questo argomento è quella del defunto intellettuale e professore di origini palestinesi Edward Said, che vedeva nell’Occidente il creatore di un archivio di nozioni geografiche, politiche, antropologiche e storiche che sono state e sono tuttora funzionali al colonialismo prima, all’avvento del mercato unico globale in seguito e in definitiva nel rovesciamento delle istituzioni regnanti in Medio Oriente da parte delle potenze imperialiste per ottenere alleati e proventi economici sotto la finta bandiera dei diritti umani.

L’archivio di informazioni che l’Occidente proietta nell’Oriente è vasto e procede dalla Chanson de Roland dell’XI secolo, dalla creazione di una Biblioteca Orientale di Barth Èlemy d’Herbelot pubblicata nel 1697, passando per le campagne militari egiziane dal risvolto culturale Alessandrino di Napoleone, fino ai ritratti stilizzati sui fumetti made in USA degli sceicchi avari proprietari dei giacimenti, durante la crisi petrolifera negli anni ’70.

Un unico filo conduttore: il senso di legittimazione dell’uomo bianco europeo verso la plasmazione di un universo altro, ma parallelo al suo, pieno di mistero, di ricchezza segreta, di esotismo.

La legittimazione all’intervento delle potenze occidentali verso gli Stati sovrani in Medio Oriente, mostra come ancora questa sia la tendenza a relazionarsi con i paesi del terzo mondo.

Il fardello dell’uomo bianco del XXI secolo è lo stesso dei secoli precedenti. Alla creazione di un’ideale benessere di cui tutto il mondo ha il diritto di godere, procede però di pari passo con la creazione di un nemico che si oppone al nostro stile di vita.

Dopo aver creato il nemico e il terreno di battaglia entro cui sconfiggerlo, all’Occidente non basta altro che aspettare di pagare le conseguenze.

Giulia Olivieri
Lorenzo Balma

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