La vita di Benvenuto

Misero favore si fa agli artisti dando loro un’aura di intoccabili, distanti figure: in questo modo li si rende irraggiungibili perfino se posti in un contesto specifico, soggetti alle stesse passioni degli altri esseri umani.

Non si riesce a creare in questo modo una continuità nella tradizione spirituale della cultura che essi hanno contribuito a formare e cristallizzare, un affetto ed una riverenza necessarie per creare rispetto e familiarità verso chi ci ha preceduto e ha trasmesso il senso del Bello.

Le eccezioni fortunatamente esistono e hanno contribuito a portare coi piedi per terra figure eccelse. L’ironia è amica degli scrittori che la sappiano usare e grande è il risultato soprattutto se l’autore compone un’autobiografia senza pudore, perfida e tenera insieme, mancante di saccarosio.

Benvenuto Cellini fa pertanto al caso nostro. Questo selvaggio fiorentino nacque all’apertura del secolo XVI il 3 novembre e nei suoi settant’anni di vita l’arte dell’oreficeria fu stella polare della sua carriera e delle sue passioni.


Da ragazzo, per amor del babbo, diventò esperto flautista ma emblematica fu la frase di uno dei suoi maestri rivolta al padre testardo: “Molto più utile ed onore trarrà il vostro Benvenuto, se lui attende a l’arte dell’orafo, che a questa pifferata”.

Già abituato alle risse, il giovane Benvenuto lascia sedicenne Firenze per Siena col fratello minore, futuro soldato, a causa di una rissa in città: è solo un preambolo per la violenza di cui si macchierà a 23 anni.

Ferendo Gherardo Guasconti si procurò una condanna a morte in contumacia e dovette andare a Roma.

Dalla città papale, dove bazzica tra papi e Farnese, va in Francia ad importare il suo virtuosismo manierista, darsi alle avventure sessuali senza ritegno per poi tornare nella sua Firenze.

Qui lui non solo troverà il luogo di esposizione del suo mitico Perseo del 1554 e l’eterno riposo dopo una vita inquieta e fiammeggiante nel 1571.

Perseus (Cellini) in Loggia dei Lanzi
Perseus (Cellini) in Loggia dei Lanzi

Lo stile della sua Vita, scritta tra 1558 e 1562 ma stampata solo nel ‘700 è vivo, senza edulcorazione, denso e colmo di una fertile secchezza. Cellini parla coi fatti, raccontati con il minimo delle spezie stilistiche ed il massimo di una spensierata sicurezza del vissuto, degli eventi, dei ricordi, dei propri vizi.

Libro essenziale come lezione di stile e vita, vale non solo per altezza di risultato ma anche come stimolo all’inesausta ricerca della pienezza senza ripudiare il triviale ma abbracciandolo e cercandolo così come dovrebbe avvenire per le vette della virtù umana e stilistica della propria arte.

                                                                                                                Antonio Canzoniere

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