La casa in collina: una guerra tutta interiore

Scritto negli immediatamente successivi alla guerra – tra il settembre del 1947 e il febbraio del 1948 – La casa in collina di Cesare Pavese offre una prospettiva diversa, solipsistica e tutta intima, degli eventi dell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale, della Resistenza e di quella guerra civile che insanguinò il Paese dopo l’8 settembre 1943.

“Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.”

La collina e il suo essere luogo altro rispetto alla città – Torino, su cui infuriano i bombardamenti – quasi locus amoenus, è un carattere ben chiaro sin dall’incipit del romanzo. Corrado, insegnante e intellettuale, antifascista, sfugge alla città e ai suoi pericoli rifugiandosi in collina, diviso tra due donne – Cate e l’Elvira – e irresistibilmente attratto da un bambino, Dino, suo omonimo. La sua storia è quella di una solitudine individuale, egoistica, che tenta di sfuggire al pressante impegno civile e morale.

“«Cos’importa la guerra, cos’importa il sangue, – pensavo, -con questo cielo tra le piante?» Si poteva arrivare correndo, buttarsi nell’erba, giocare alla caccia o agli agguati. Così vivevano le bisce, le lepri, i ragazzi. La guerra finiva domani. Tutto tornava come prima. Tornavano la pace, i vecchi giochi, i rancori. Il sangue sparso era assorbito dalla terra. Le città respiravano. Soltanto nei boschi nulla mutava, e dove un corpo era caduto riaffioravano le radici.”

La collina diventa luogo di riflessione intima, di ricordi d’infanzia e di gioventù, di nuova comunione con la natura: un luogo intimo e appartato, nel quale Corrado sembra potersi rifugiare dagli orrori della guerra. Un primo contrasto è quello tra l’ordine naturale della collina e il caos della guerra in città; ma non solo. La collina sta all’otium come la città sta al negotium; perché è questo il principale contrasto presente nel romanzo di Pavese: da un lato il desiderio di partecipare attivamente alla lotta antifascista, dall’altro la paura e l’orrore della guerra che sopraffanno l’animo e costringono all’immobilità.

“L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo aver ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.”

Un altro tema fondamentale è quello della colpa: la passività di Corrado – come quella di molti altri – il suo rifugiarsi e scampare alla guerra piuttosto che combatterla, il suo ruolo di intellettuale non belligerante, non possono non far germogliare in lui un senso di colpa nei confronti di ciò che vede e di tutto il sangue innocente versato.


” – Non sei mica fascista? – mi disse
Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. 
 – Lo siamo tutti, cara Cate, – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista.

[…]

 – […] Chi ne ha colpa?
 – Ne abbiamo colpa tutti quanti, – dissi, – abbiamo tutti detto evviva.” 

Ma la guerra, dopo l’8 settembre, si prenderà anche le colline tanto care a Corrado: e allora la speranza per la fine della guerra sembrerà essere ormai vana e la pace delle colline lascerà il posto a un’infinita fuga, verso i luoghi della propria infanzia. Ogni morto che Corrado incontrerà lo riporterà alla sua colpa e al suo sottrarsi dall’impegno civile. E allora, nella chiusura del suo romanzo, Pavese sembra condensare tutto la riflessione che sottende il libro e che poi verrà ripresa e portata alle estreme conseguenze ne La luna e i falò.

Guardare certe morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.”

Danilo Iannelli

 

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