Cartolina da Venezia 75

La 75a Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia è giunta al termine da diversi giorni, ma non sembra essersi affatto placata la veemenza del dibattito che impera fra addetti ai lavori e appassionati sullo stato dell’arte cinematografica stessa. Costretta a fronteggiare criticità poste da nuovi linguaggi e metodi di fruizione che la invitano a reinventarsi e a scendere a compromessi, essa si trova di fronte a continui interrogativi che questo Festival sembra aver moltiplicato più che risolto.

Non vi era infatti altro da fare che assistere alla conferenza stampa di presentazione della Mostra, spulciare all’interno del suo nutritissimo programma o ancor più semplicemente prendere atto dell’annunciata vittoria del Leone D’Oro targato Netflix da parte di Roma di Alfonso Cuaròn per capire come questa edizione avrebbe avuto tutte le carte in regola per alimentare ancor di più l’astiosa e rinnovata disputa fra apocalittici e integrati, fra difensori della sala cinematografica quale baluardo di un’identità da preservare e riaffermare (dunque il cinema come arte inscindibile dal cinema come luogo) e sostenitori invece di un’ipotetica mano invisibile che regoli da sé i rapporti in gioco e la supremazia di un supporto mediatico rispetto ad un altro.

L’impegno profuso dagli organizzatori e selezionatori nel cercare di restituire un’immagine che fosse il più possibile fedele e rispettosa della multiformità in cui versa attualmente l’audiovisivo, nonché lo stato altalenante e difficoltoso nel quale si trovano da un lato una Berlinale in piena transizione (è recente l’ufficialità del passaggio di consegne fra la volpe grigia Dieter Kosslick e Carlo Chatrian uscente da Locarno) e dall’altro un Festival Di Cannes in tumulto per via delle radicali politiche conservatrici promosse in sede di selezione dal discusso direttore Thierry Frémaux, hanno fatto sì che la ricchezza dell’offerta proposta da Alberto Barbera e soci fosse paragonabile ad una grande bouffe tale da mettere a repentaglio la salute psicofisica (si fa per dire ma neanche troppo) dei numerosissimi accreditati, in verità ben disposti a lasciare sullo sfondo le proprie funzioni fisiologiche primarie per mettere bene a fuoco il maggior numero di proiezioni possibili.

Oltre a ciò, la posizione di rassegna cinematografica continentale (e perché no, mondiale) più prestigiosa a lungo ambita dalla Mostra e negli ultimi anni virtualmente acquisita (lo si può affermare senza troppi timori di sorta) esce a dir poco consolidata da questa 75a edizione proprio per via di uno sguardo più conciliante rispetto alla concorrenza e diretto verso realtà e piattaforme altrove considerate “alternative” o “nemiche” del cinema.


Queste, pur non risolvendo ancora gli amletici dubbi legati alla loro effettiva posizione riguardo la distribuzione nelle sale dei film proposti (a tal proposito l’immediata uscita di Sulla Mia Pelle, presentato in Orizzonti, non basta a fare del tutto chiarezza), non avrebbero potuto rimanere escluse a priori in un Festival che punta a fare della qualità dei film l’unico discrimine fra chi è dentro e chi è fuori, a maggior ragione se poi ad essere in ballo sono nomi quali Joel & Ethan Coen (The Ballad Of Buster Scruggs) o Alfonso Cuaròn e inestimabili lasciti quali quelli di Orson Welles (The Other Side Of The Wind).

Il fatto che a vincere il concorso sia stato proprio Roma, film che si pone già preventivamente come simbolo di un’ipotetica convergenza (mediatica e di intenti) fra le velleità autoriali di un autore, la necessità di un grande schermo che le valorizzi e un produttore-distributore che da minaccia aliena diventa auspicabilmente solo un nuovo partecipante al medesimo tavolo da gioco, la dice lunga sulla complessità della situazione in atto. Problemi di distribuzione non avranno certo film come First Man o The Favourite, i quali fanno già presagire un potenziale non indifferente in vista della stagione dei premi: sempre volendo sostenere la tesi che vede Venezia come palcoscenico fondamentale anche in ottiche un tempo lontane dai riflettori festivalieri e al contrario più vicine a quelle del cinema commerciale, non si può fare a meno di notare come ininterrottamente dal 2013 ad oggi da Venezia passino film che solo qualche mese dopo diverranno protagonisti agli Academy Awards: Gravity, Birdman, Spotlight, La La Land e The Shape Of Water iniziarono tutti la loro rincorsa agli Oscars proprio partendo dal Lido e vi è la sensazione che tale tradizione possa proseguire.

Le sterili polemiche riguardanti sulla presenza di un solo film in concorso diretto da una donna (The Nightingale di Jennifer Kent) e un increscioso episodio avvenuto in un’anteprima stampa hanno invece creato un polverone che per compensazione ha condotto la Giuria ad assegnare in maniera a dir poco discutibile ben 2 premi a quello che con ogni probabilità era il film peggiore del concorso. Il fatto che il genere femminile sia invece stato rappresentato e ampiamente messo in risalto nelle sue differenti sfaccettature dal pro-filmico di questo Festival (si pensi in particolar modo a The Favourite e a Suspiria ma anche a Vox Lux, La Quietud,  la protagonista di Napszallta, la co-protagonista in Nuestro Tiempo) è invece passato prevedibilmente in secondo piano.

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In ogni caso, l’inasprimento del clima generale causato da una cinefilia vissuta in maniera sempre più viscerale con vette di saccenteria, arroganza e tifo da ultras è ben palpabile nelle lunghe code di attesa e nei luoghi di ritrovo e aggregazione, se non addirittura direttamente in sala con episodi che partono dalle ormai sdoganate chiacchierate a film in corso e uscite ultra-anticipate per giungere ad ingiurie contro i fautori di un film la cui colpa è stata solo quella di essere molto molto brutto. Se invece capita di essere meno intolleranti dell’accreditato medio, allora si può lasciare Venezia e il Festival contenti e pacificati, chi per via dei coltissimi e fluenti flussi di coscienza di Doubles Viès (Carlos Assayas), chi dalla stordente estetica di Ying (Zhang Yimou), chi dai tempi perduti e dilatati del poliziesco Dragged Across Concrete (Craig S. Zahler). Se invece si è riusciti anche a superare la diffidenza verso le 3 ore di Nuestro Tiempo di Reygadas, allora quella pace sta certamente ancora durando e porta la voce di Peter Gabriel. We’ve gotta get in to get out.

Piero Di Bucchianico

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