Viaggio nella musica per ritrovare l’equilibrio: intervista ai New Air

L’idea di intervistare i New Air nasce dopo aver ascoltato il loro ultimo EP, “Animae“. In sole quattro tracce mi hanno trasportato in un viaggio interiore tra sprofondi, tormenti e ritorni in superficie, accompagnato dall’eccezionale Virgilio delle loro sonorità, che come Giano guardano contemporaneamente in avanti e all’indietro, tra passato e futuro. La prima domanda che avrei voluto porre loro era “Come avete fatto?”, ma una volta constatata la scarsa professionalità della cosa ho rinunciato, con l’obiettivo di far capire attraverso le loro stesse parole chi siano i New Air, che cosa facciano e perché chiunque ami la musica dovrebbe tenerli particolarmente d’occhio.

Che cos’è il progetto “New Air”? E come nasce?

Il progetto “New Air” è nato nell’Aprile 2012 con Gabriele Carone e l’ex componente del gruppo, Andrea Morganti, inizialmente come divertimento. A 16/17 anni si inizia a progettare qualcosa in ambito musicale, dato che entrambi l’avevamo studiata: io prima con la chitarra, poi mi sono appassionato alla musica elettronica, lui con il  jazz. Nacque  per gioco, tra i banchi di scuola, e solo poi abbiamo iniziato a improntarlo in maniera più seria, professionale, iniziando ad avere contatti con etichette, eventi e via dicendo.

Il nome sembra suggerire la vostra intenzione di portare aria nuova nel panorama musicale. Da dove ha origine?


Il nome non è nato propriamente con questa idea. In realtà è nato principalmente perché in quel periodo seguivamo in particolare gli Air, un gruppo di musica elettronica francese, e ispirandoci a loro e soprattutto nel primo album “Prospect of life”, abbiamo deciso di riprendere Air e di porlo come New. Poi ovviamente andando a valorizzare le nostre idee, i nostri pensieri e il nostro modo di comporre abbiamo notato che effettivamente cercavamo di porci nel panorama musicale da un punto di vista più innovativo. “Innovativo” nel senso che cercavamo nei brani di non seguire una linea canonica della struttura, magari modificandola, cambiandola, variandola, quindi magari anziché fare strofe e ritornelli lavoravamo con strofe più lunghe e ritornelli che potevano essere addirittura assenti. Valutavamo insomma una sperimentazione nei nostri brani, andando a rafforzare con New l’idea che l’aria già dà di dissoluzione.

La vostra ultima pubblicazione è l’EPAnimae“. Cosa trova chi lo ascolta?

Innanzitutto “Animae” è stato un periodo difficile e complicata anche per il duo, in quanto era appena terminata la carriera – se possiamo definirla così – con Andrea Morganti, per scelte di vita che prendiamo in continuazione, e quindi cambiando line-up con il subentrato Francesco Massa sono cambiate alcune dinamiche interne. “Animae” ha come simbolo un riferimento all’Inferno di Dante, e non volendo è stato un inferno anche in vita. Inferno come distruzione di tutto ciò che si era creato in precedenza, per far nascere dalle ceneri qualcosa di diverso, quindi una totale evoluzione verso un’altra strada. Cosa si trova? Ognuno di noi può interpretare la musica in maniera propria, sia per quanto riguarda i testi che la parte strumentale, non ci sono regole rigide: anche un “tormentone” credo possa essere letto in infinite maniere. Sicuramente l’idea infernale non lascia molto spazio a delle sonorità o ad aperture positive, con i due brani centrali, “Oblivion” e “Darkness”, che sono quelli un po’ più pesanti a livello di suono. Non chiudiamo però mai le porte, e così l’ultima traccia, che appunto si chiama “La speranza”, lascia intravedere qualcos’altro. Questo per dire che tutti entriamo in un inferno, ma noi stessi possiamo decidere di uscirne.

Per fare musica occorre necessariamente ascoltare musica. Quali sono le vostre influenze?

Per fare musica occorre saper ascoltare musica, perché ascoltare musica in maniera passiva non credo possa agevolare nessuno. Poi è normale che chi fa musica la ascolti con un’attenzione maggiore rispetto a chi non la fa, anche se poi neanche questo è scontato. Per quanto riguarda le nostre influenze, in realtà non ci poniamo molti limiti, anche perché non volendo possiamo attingere a qualsiasi genere, cercando di sintetizzarlo in un proprio stile: occorre saper interpretare ciò che si sta ascoltando e saperla reinterpretare. Al giorno d’oggi non vorrei dire che non esistano più “grandi”, ma coloro che hanno creato i generi sono delle pietre miliari, dei geni: è difficile creare qualcosa di completamente nuovo. Attingiamo prevalentemente all’ambient, all’industrial, alla deep house, ma non ci siamo fermati neanche davanti al pop, al rap, addirittura alla trap: generi distanti, ma nei quali è ormai sempre presente una componente di elettronica. Essendo l’elettronica nata con lo sviluppo della tecnologia, ormai è presente in qualsiasi genere, addirittura nel rock. Questo non per dire che si debba per forza fare elettronica, ma è necessario conoscerla, è la base: poi le stessa sa come “appoggiarsi” e andare a influenzare altri generi.

Porgetti o obiettivi: cosa dobbiamo aspettarci dai New Air nel futuro?

Innanzitutto, stiamo lavorando su un nuovo EP, che sarà il Purgatorio. A breve ci saranno novità. Per il futuro vogliamo tornare a calcare i palchi, che ci mancano da un po’ a seguito della situazione dovuta al cambio della line-up e della scelta di fermarci un po’ di più a produrre.

Ci avete accennato del Purgatorio, ci sarà dunque poi anche un Paradiso. Qual è l’obiettivo finale del progetto?

L’obiettivo finale del progetto è, oltre ovviamente terminare il viaggio giungendo nel Paradiso, mostrare come in realtà durante la nostra vita ci sia un viaggio vero e proprio nel quale spesso per delle difficoltà perdiamo un nostro equilibrio, e sta a noi proseguire, andare avanti, trovare il coraggio di recuperarlo. Possiamo continuamente cercare di avere un equilibrio, ma rimarremo in eterno in uno squilibrio passando tra Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Paolo Palladino

 

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