Studiamo per diventare medici, e invece diventiamo pazienti

Mi son imbattuto ieri nell’intervista a Benedetto Saraceno.

“Oggi la psichiatria non è più, come è stata per anni nel nostro Paese, la disciplina medica più sensibile alla dimensione sociale dell’intervento. Anzi, sempre più si è trincerata nel modello biomedico, che come suo corollario ha l’egemonia della psicofarmacologia. Tant’è che oggi è più frequente incontrare oncologi, diabetologi, pediatri con forte orientamento alla medicina di comunità piuttosto che giovani psichiatri. Eppure innumerevoli evidenze indicano come le condizioni sociali di vita influiscano sulla salute mentale, sulle probabilità di ammalarsi, sul decorso e sugli esiti delle sofferenze. È venuto il tempo di riavviare un pensiero e una formazione su questi temi.”

Dopo aver letto le sue parole, ho pensato che quanto da lui evidenziato non sia altro che una delle conseguenze dei grossi limiti del nostro sistema scolastico ed accademico.

Come si può pensare di poter affrontare il tema della salute mentale ponendo attenzione alle variabili psicosociali quando gli stessi operatori si formano in un contesto accademico dove a queste non è data nessuna attenzione?


L’Università dovrebbe esser la prima ad adattarsi alle evidenze scientifiche. Se la ricerca scientifica sostiene che questi sono fattori importanti per la salute, e la ricerca lo sostiene, l’Università deve sensibilizzare i futuri professionisti, preparandoli su questi temi e creando un ambiente accademico che rifletta queste evidenze.

E invece no. L’unico obiettivo delle Facoltà di Medicina italiane è la formazione di professionisti che abbiano acquisito nel corso dei sei anni una conoscenza enciclopedica. E basta. Leggere. Ripetere. Leggere. Ripetere.

Il resto non conta. I sei anni di medicina dovrebbero e potrebbero essere un viaggio meraviglioso, fatto indubbiamente di sacrifici, fatica, sudore, ma anche di passione e amore per la propria disciplina, ricco di soddisfazioni. Invece spesso diventa qualcosa di più simile ad una corsa alla sopravvivenza.

Spunti interessanti sono stati offerti dal modello CanMeds, creato nel 2005 in Canada. Sono venuto a conoscenza di questo durante la mia permanenza a Groningen. Il modello è oggi obbligatorio in tutte le Università di Medicina olandesi. Prevede sette domini di competenza o “ruoli” che lo studente deve acquisire nel corso del suo percorso accademico:

  1. Comunicatore: la comunicazione col paziente e con il suo contesto sociale può avere importanti ripercussioni sulla sua salute, sulla sua aderenza alla terapia e in generale sulla sua fiducia nei confronti del Sistema Sanitario, oggi messo spesso in discussione da innumerevoli campagne di disinformazione. La colpa, diciamocelo, è anche degli operatori sanitari.
  2.  Collaboratore: la collaborazione all’interno del team non solo migliora gli outcome del servizio, ma consente anche la creazione di un ambiente di lavoro sano, che ha ulteriori outcome positivi, sugli stessi operatori sanitari e sul servizio da loro offerto.
  3. Manager: deve essere capace di gestire risorse e aumentare l’efficienza delle organizzazioni, perché le risorse sono necessarie per offrire un sistema di qualità e servizi in quantità. Se non lo fossero non ci sarebbero file di mesi per usufruire di servizi sanitari che spingano solo chi può (o deve) permetterselo a rivolgersi al privato, e nel mondo non esisterebbero le diseguaglianze che conosciamo.
  4. Difensore e promotore della salute: il medico deve promuovere la salute all’interno della comunità.
  5. Studioso: l’impegno nell’apprendimento continuo e riflessivo non può mai abbandonare il medico. Oggi la scienza corre ed è necessario il medico tenga il passo.
  6. Professionista: la figura del medico non può essere svincolata dalla presenza di valori.
  7. Medical Expert: il ruoto centrale, che funge da elemento unificante. Significa che ogni medico deve “agire efficacemente come clinico, integrando tutti ruoli CanMEDS per fornire assistenza medica eccellente, eticamente fondata e centrata sul paziente”.

Il modello CanMeds punta alla formazione di un professionista a 360°, in cui le competenze tecniche vanno pari passo con quelle umane. Perché questo significa essere un vero professionista.

Nelle Facoltà di Medicina l’attenzione verso gli aspetti umani e sociali, rasenta spesso lo zero. Non è che spesso non si faccia prevenzione: la salute mentale non è proprio tutelata.

Se gli studenti vanno in burnout o lasciano gli studi, la chiamiamo “selezione naturale” e ci ripetiamo che “medicina non è per tutti”, manco stessimo parlando di carne da macello. Se lo studente sviene all’esame, il professore sentenzia che “non è ansia, ma consapevolezza di non avere la preparazione necessaria per sostenere l’esame”.

Questo è il modello offerto ai giovani studenti, questa è la direzione data ai medici di domani. Risultati? Una systematic review (Roteinstein et al. 2016) offre qualche dato dall’intero globo: quasi uno studente di medicina su tre presenta elevati sintomi depressivi e più di uno su dieci ha avuto pensieri suicidi.

Cifre significativamente più elevate rispetto alla popolazione generale e che ci portano a ipotizzare la presenza di fattori di rischio interni alla Facoltà.

Mentre in tanti Paesi si discute di questa tematica già da diversi anni e la ricerca ha fornito dati significativi come quelli utilizzati da Roteinstein, in Italia l’attenzione verso il tema è così scarsa che non si è manco fatto un poco di ricerca a riguardo. Nessun articolo ancora pervenuto. E forse i primi saranno proprio quelli su cui sto lavorando all’interno del progetto UniCares – Health Promoting University (che per questo motivo vi invito a seguire).

Studiamo per diventare medici, e invece diventiamo pazienti.

Ma tranquilli, domani saremo prontissimi a prenderci cura di voi.

Fabio Porru

 

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